INNO POPOLARE
scritto da Giovane Romano
Ed espressamente messo in Musica per Coro all’unisono
da
PIETRO DOLFI ROMANO[1]
nella pubblica esultanza dell’anniversario per
L’AMNISTIA CONCESSA DALL’IMMORTALE
PIO IX[2]
Ridotto dallo stesso Autore con accomp. Di Piano Forte
E DEDICATO A. S. E. LA CONTESSA
VERONICA MACCHI[3]
ROMA
Con diritto di propr. Prezzo baj 35.
Presso lo stabilim. Della società Litogr. Tiberina
Via Frattina N° 56.
INNO
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Sorgi o
p. 3
Roma sorgete o Quiriti lieti un
canto innalziamo innalziamo di pace nostra
Gioja sia gioja varace siam risorti con tanto Si-
gnor Oggi Pio generoso dischiuse l’altre porte a’ suoi figli pen-
p. 4
Suolo al bel suolo natio ah! sul capo adorato di
Pio dell’Eterno implorate il favor vera
pace trionfi ne’ petti siam Romani siam tutti fratelli Roma
sì che in auspici sì belli tornerà nell’antico splendor bene
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ti – ti li richiese con teneri inviti della Patria li ammise agli o-
nor li richiese con teneri inviti della Patria li rese agli o-
nor della Partia li ammise agli onor Viva Pio nostro
Padre e Signor
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Godi o
Roma del mondo reina reggi forte degl’empi al furore bene-
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detta la scelta divina benedetto il Sovrano Pastor sì bene-
detto il Sovrano Pastor benedetta la scelta divina bene-
detto il Sovrano Pastor benedetta la scelta divina bene-
detto il Sovrano Pastor
p. 8
Viva il Sovrano Pastor Viva il Sovrano Pa-
stor Viva
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detta la scelta divina benedetto il Sovrano Pastor sì bene-
detto il Sovrano Pastor benedetta la scelta divina bene-
detto il Sovrano Pastor benedetta la scelta divina bene-
detto il Sovrano Pastor
p. 10
Grati ognora o fra-
telli al buon Prence che donovi al bel
p. 11
suolo al bel suolo natio ah! sul capo adoraro di
Pio dell’Eterno implorate il favor vera
pace trionfi ne’ petti siam Romani siam tutti fratelli Roma
sì che in auspici sì belli tornerà nell’antico splendor bene-
p. 12
detta la scelta divina benedetto il Sovrano Pastor vera
stor benedetta la scelta divina benedetto il Sovrano Pastor bene-
stor Viva vi-
va Viva il Sovrano Pastor
p. 13
Viva il Sovrano Pastor Viva il Sovrano Pa-
stor Viva
Note
La lettera appare citata su:
[1] Pietro Dolfi (1834-1882), compositore e maestro presso la Pontificia Congregazione e Accademia di S. Cecilia, è citato nel testo relativo ad Augusto Tabanelli, maestro di cappella. Quest’ultimo, figlio di Cesare, il 29 maggio 1863 chiede di essere surrogato al posto del padre, presentando tre certificati di permesso rilasciati dalla Pontificia Congregazione e Accademia di S. Cecilia, firmati dai maestri Eugenio Terziani, Emilio Angelini e Pietro Dolfi. La richiesta viene accettata provvisoriamente. (fonte)
Su OPAC SBN(fonte)
Su digiteca (fonte)
[2] Pio IX papa. Giovanni Maria Mastai Ferretti (Senigallia 1792 – Roma 1878). Il suo pontificato (1846-78) è stato uno dei più lunghi della storia della Chiesa: furono decenni particolarmente densi di avvenimenti che videro la nascita dello Stato italiano e la fine del potere temporale del papa. Il 3 sett. 2000 P. IX è stato beatificato da Giovanni Paolo II.
Vita e attività
Sacerdote (1819), uditore di nunziatura nel Cile (1823-25), arcivescovo di Spoleto (1831), vescovo di Imola (1832), cardinale prete dei SS. Pietro e Marcellino (1840), fu eletto papa (16 giugno 1846) alla morte di Gregorio XVI. Già in fama di prete liberale, con l’amnistia per i delitti politici (16 luglio 1846) suscitò grandi speranze nei patrioti italiani: il partito riformista fece di P. IX la sua bandiera; spinto dal movimento d’opinione pubblica, il pontefice concesse (1847) una limitata libertà di stampa, una consulta di stato, la guardia civica, un consiglio dei ministri. Allarmata dalle riforme papali, l’Austria occupò Ferrara (luglio 1847), ma la protesta di P. IX ebbe il risultato di eccitare sempre più l’opinione nazionale. Nel 1848 l’esempio degli altri sovrani costrinse il papa a dare la Costituzione (14 marzo) e a nominare un ministero Recchi-Antonelli, nel quale erano molti elementi liberali. Ma, scoppiata la prima guerra d’indipendenza, dopo avere in un primo tempo deciso l’intervento dello Stato pontificio accanto al Piemonte, P. IX, con l’allocuzione del 29 apr., finì col ritirarsi dal movimento nazionale. Falliti i tentativi moderati di T. Mamiani e di P. Rossi, P. IX, dopo l’assassinio di Rossi (15 nov.), abbandonò Roma, ove, il 9 febbr. 1849, fu proclamata la repubblica; da Gaeta, ospite di Ferdinando II di Borbone, sollecitò l’intervento delle potenze cattoliche (Francia, Austria, Spagna e Napoli). Abbattuta la Repubblica romana dal corpo di spedizione francese del gen. Oudinot (luglio 1849), P. IX rientrò a Roma nell’apr. 1850, deciso a difendere a ogni costo il suo potere temporale, nonostante gli inviti alla moderazione che gli giungevano dalla Francia. Perdute (1859) l’Emilia e la Romagna, poi (1860) le Marche e l’Umbria, riuscì a mantenere Roma e il Lazio solo per l’appoggio di Napoleone III; ma, caduta dopo Sedan (1870) la tutela francese, le truppe italiane occuparono Roma (20 sett.). Dopo aver protestato vivamente, P. IX si rinchiuse nel Vaticano e si rifiutò di accettare la legge delle guarentigie votata dal parlamento italiano. Deludendo chi aveva sperato nel suo impegno per una conciliazione tra Chiesa e libertà, P. IX strinse invece ben presto accordi con gli stati assolutisti (concordato con l’Austria del 1855), polemizzò contro la legislazione antiecclesiastica voluta da Cavour e Rattazzi in Piemonte (1855), condannò in blocco la civiltà moderna (1864) con l’enciclica Quanta cura e il Sillabo; si pronunciò tra l’altro contro il razionalismo e il liberalismo, la libertà di coscienza, la separazione della Chiesa dallo Stato e l’istruzione laica; proibì ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica (non expedit). Il Kulturkampf in Germania e la denuncia (1870) del concordato da parte del governo austriaco sono altri avvenimenti importanti del suo regno. Sotto il suo pontificato fu proclamato (1854) il dogma dell’Immacolata Concezione e definito quello dell’infallibilità pontificia, proclamato nel Concilio vaticano I (1870). Le sue Litterae ad Orientales del 6 genn. 1848 impostarono in chiave moderna il problema del “ritorno” dei cristiani ortodossi separati all’unione con Roma. Il 3 sett. 2000 è stato beatificato da Giovanni Paolo II; la festa si celebra il 7 febbraio.(fonte)
[4]Domenico Orsini. Nacque a Napoli il 23 novembre 1790 dal principe Domenico e dalla principessa Faustina Caracciolo di Torella.
Morto il padre pochi mesi prima della sua nascita, fu allevato dal nonno paterno, Filippo Bernualdo, XVI duca di Gravina. Fatti i primi studi a Napoli, nel 1806 si trasferì a Roma, dove studiò matematiche e scienze morali presso il gesuita Collegio romano.
Dopo una serie di viaggi in Italia e in Europa, il 6 febbraio 1823 sposò Maria Luisa Torlonia, figlia di Giovanni, dalla quale ebbe cinque figli: Giacinta, Teresa, Beatrice, Maria e Filippo. Il matrimonio fu decisivo perché con la cospicua dote ricevuta da Giovanni Torlonia gli fu possibile assolvere a una serie di gravi passività. L’anno seguente succedette quale XVIII duca di Gravina al ramo primogenito degli Orsini di Bracciano, divenendo così principe assistente al soglio pontificio, carica condivisa solo con il principe Colonna.
Tra i sostenitori di un’azione moderatamente riformatrice nei riguardi della situazione economica, finanziaria e amministrativa dello Stato della Chiesa, nel 1832 fu nominato da papa Leone XII direttore del Consiglio di liquidazione, con il compito di controllare e amministrare il debito pubblico e di pagare «tutte le pensioni e giubilazioni civili, militari, i sussidi stabili e temporanei, gli assegni ecclesiastici e caritativi, tanto ordinari che straordinari ed ogni altra passività perpetua e temporanea a carico del pubblico erario» (Raccolta delle leggi e disposizioni di pubblica amministrazione nello Stato Pontificio, I, Roma 1834, p. 25).
Cercò di riordinare l’amministrazione chiamando a collaborare elementi di valore, ma i suoi tentativi trovarono decisa opposizione da parte dei cosiddetti zelanti, l’ala più conservatrice della Curia pontificia. «Tutte le cure che io adopero – scriveva il 20 maggio 1833 al consigliere aulico di Metternich Giuseppe Maria Sebregondi in missione a Roma – per servir meglio che so il governo fruttano assai meno di quello che dovrebbero perché si fa uno studio, parte per birberia e parte per incapacità, di avversare ogni operazione che conduce al bene. E così chi serve di buona fede senza idee secondarie e senza transazione con gli abusi, ottiene la guerra di tutti» (Nada, 1957, p. 101).
In evidente difficoltà, nel gennaio 1834 fu destituito dall’incarico ma, contemporaneamente, fu nominato dal nuovo papa, Gregorio XVI, senatore di Roma, antica carica municipale, che tenne fino al 1847.
La carica ormai rivestiva un carattere puramente onorifico, come con la consueta ironia sottolineò Giuseppe Gioachino Belli proprio a proposito dell’elezione di Orsini: non solo, infatti, la città di Roma fu esclusa dalle nuove normative sull’amministrazione locale emanate da Gregorio XVI, ma con editto del 13 maggio 1834 la competenza del tribunale cui faceva capo il senatore veniva ristretta alle cause non superiori ai 200 scudi. Per tentare di restituire dignità al ruolo, Orsini provò a rivendicare antichi diritti e franchigie municipali, anche se «è difficile distinguere quanto le richieste riflettessero consapevolezza e volontà di un più funzionale e diretto impegno e quanto invece di interessi particolari, quasi pretese di una classe, quella dell’alta aristocrazia, che cominciava ad essere tallonata dalla piccola borghesia provinciale e dal gruppo della borghesia emergente» (Bartoccini, 1985, p. 170).
Con l’elezione al soglio pontificio di Pio IX (1846), Orsini entrò a far parte di una commissione, presieduta dal cardinale Ludovico Altieri, con il compito di proporre le linee guida per una completa riforma del municipio romano, poi attuata con il motuproprio del 1° ottobre 1847 che abolì l’antico tribunale municipale.
In quegli anni Orsini aveva rivestito importanti ruoli anche nell’ambito dell’amministrazione provinciale. Nel 1831, in seguito all’editto di Gregorio XVI, entrò a far parte del ristretto corpo di consiglieri e collaboratori del preside di Roma e Comarca, che avevano il compito di esaminare le spese, le imposte e la loro ripartizione tra i Comuni. Con l’editto del 1850 il Consiglio allargò le sue prerogative, occupandosi di opere pubbliche, di strade provinciali, di agricoltura, commercio, alimentazione e sanità.
L’attività di Orsini si muoveva su più piani. Nel 1837 fu a capo di una delegazione per venire incontro ai disagi provocati, soprattutto nella popolazione più giovane, dall’epidemia di colera, che toccò il suo culmine a Roma nei mesi di agosto, settembre e ottobre. Fu tra gli organizzatori di un ospizio a Santa Galla in grado di ricoverare fino a 500 infermi al giorno ed egli stesso mise a disposizione la propria villa di Castel Gandolfo quale ricovero per i fanciulli i cui genitori erano morti a causa del morbo.
Nel 1840 la perdita della figlia Maria, nata appena due anni prima, gli procurò una forte crisi che lo tenne lontano per alcuni mesi dalla vita pubblica. Nello stesso anno, grazie alla garanzia di Alessandro Torlonia, ottenne un’estensione del credito da 12.000 a 58.000 scudi da parte della Cassa di risparmio di Roma, denaro che utilizzò per investimenti immobiliari nel Regno di Napoli. Orsini rimase comunque sempre debitore dell’istituto bancario, se ancora nel 1869 aveva un passivo di 134.000 scudi.
Con la carta costituzionale emanata da Pio IX nel 1848 entrò a far parte dell’Alto consiglio, nel quale ricoprì la carica di questore. Con un intervento del 18 novembre richiese all’assemblea l’immediata nomina di una commissione di contabilità e un dettagliato elenco di tutte le spese sostenute fin ad allora e delle somministrazioni di denaro fatte dall’Erario pubblico (Rapporto dei questori dell’Alto consiglio, 18 novembre 1848, [Roma] 1848, p. 2).
Poco prima della costituzione della Repubblica, si trasferì a Napoli, dove risiedeva un altro ramo della famiglia e dove vantava ancora cospicui possedimenti. Nel marzo 1849, in seguito a un decreto dell’Assemblea costituente, che prevedeva un prelievo in forma progressiva sui cittadini più abbienti, fu sottoposto al pagamento di un prestito forzoso di 747 scudi. Di tale cifra pretese la restituzione una volta restaurato il governo pontificio.
Caduta la Repubblica, nell’agosto del 1849 fu chiamato a ricoprire il delicato incarico di ministro delle Armi, nel quale il 16 febbraio 1850 fu surrogato dal generale Guglielmo De Kalbermatten, e che il 1° novembre fu richiamato nuovamente a ricoprire fino al luglio dell’anno successivo. I suoi criteri si ispirarono all’organizzazione di «una milizia essenzialmente atta a mantenere l’ordine interno» (A. Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, Roma 1920, p. 1). Stabilì inoltre di annullare ogni atto emanato dopo il 16 novembre 1848, esonerando tutti gli ufficiali e graduati, guardie civiche e corpi franchi entrati dopo quella data. Avviò infine la procedura per l’arruolamento di 4000 soldati per completare i quadri dell’esercito.
Nel febbraio 1857 fu nuovamente nominato senatore di Roma, carica che tenne fino al novembre 1858. Nel gennaio 1860 manifestò pubblicamente, insieme a una deputazione di rappresentanti dell’alta nobiltà, la propria fedeltà a Pio IX, dopo la perdita delle legazioni.
Accettò quindi, nello stesso anno, di presiedere una commissione per la raccolta in Roma dell’obolo di S. Pietro, provvedimento che nasceva dal clima d’intensa propaganda cattolica a favore del dominio temporale della Santa Sede. La città rispose nei primi dieci giorni con 739 offerte, provenienti da persone di ogni età, sesso e ceto sociale, anche se la stampa dette molto risalto soprattutto alla partecipazione popolare.
Favorevole, intorno alla metà degli anni Sessanta, a una graduale apertura dello Stato della Chiesa verso il Regno d’Italia, per ragioni sia commerciali sia finanziarie, Orsini, che trascorreva alcuni periodi dell’anno a Napoli, diradò sempre più i suoi impegni, non tralasciando, nei momenti di ozio, di dedicarsi alla sua antica passione per l’intaglio e il tornio e di assistere, nello sferisterio di piazza Barberini, a incontri di gioco del pallone con il bracciale, attività che aveva molto praticato negli anni giovanili.
Dopo il 1870 e l’annessione di Roma al Regno d’Italia continuò ad assecondare i moniti di Pio IX, che esortava l’aristocrazia romana a non occuparsi della vita pubblica, non seguito in questo da suo figlio Filippo che invece si candidò, risultando eletto, al Consiglio comunale di Roma. Morì nel suo palazzo romano il 18 aprile 1874, in seguito a una dolorosa malattia che lo aveva praticamente immobilizzato.(fonte)
[3] Contessa Veronica Cenci-Bolognetti, moglie del nobile Oreste Macchi.
Informazioni sulla famiglia Macchi:
La famiglia Macchi, originaria di Cremona, si trasferisce a Capodimonte nel primo ventennio del ‘600. Durante il XVII e il XVIII secolo i componenti della famiglia si dedicarono a diverse importanti attività; si annoverano proprietari terrieri, dottori di legge, protonotari apostolici. Nel 1824 Oreste Macchi ricevette da papa Leone XII il titolo di conte Palatino e nel 1858 papa Pio IX lo nominò conte di Cellere. Sia Oreste Macchi che molti dei suoi numerosi figli ricoprirono importanti incarichi a Viterbo, Roma, Civitavecchia; Vincenzo Macchi fu ambasciatore del Re d’Italia negli Stati Uniti e in Sud America, Carlo fu primo Maestro delle Cerimonie di Corte presso Vittorio Emanuele III. Questo ramo della famiglia si imparentò tra la fine del XIX secolo e il XX con diverse illustri casate nobili quali i Cenci Bolognetti, i Chigi, i Belgioioso espandendo la propria influenza ben oltre i confini della provincia di Viterbo. Bibliografia: N. ANGELI, Famiglie viterbesi: storia e cronaca, genealogie e stemmi, Viterbo 2003, pagg. 285-288.(fonte)
Note su due figli:
Vincenzo Macchi di Cellere (Roma, 25 febbraio 1846 – Roma, 25 novembre 1934) è stato un militare e nobile italiano.(fonte).
Luigi Macchi, (Macchi di Cellere dal 1858) (Viterbo, 3 marzo 1832 – Roma, 29 marzo 1907), è stato un cardinale italiano della Chiesa cattolica, nominato da papa Leone XIII.(fonte)
Sulla famiglia Cenci-Bolognetti(fonte)