INNO
ALLA GUARDIA CIVICA
Poesia del Sig.r F. Meucci[1] Romano
COMPOSTO PER CORO ALL’UNISONO
con accompag.to di Piano-Forte
E DEDICATO A SUA ECCRA
IL SIG. D. ANTONIO
BONCOMPAGNI LUDOVISI[2]
Principe di Piombino ecc.ecc.ecc.
DA
MARIANNA DE ROCCHIS CRETI[3]
ROMA
Con diritto di proprietà
Presso la Società Litograf. Tiberina
Via Frattina N 56.
Prezzo Baj. 30
Viva il
Grande che al nostro coraggio la fidanza magnanimo rende questo
brando che in pugno ci splende fù suo dono fa pegno d’onor di no-
stre are di nostro retaggio la difesa a noi tutti si spetta sciagu..
rato chi spera vendetta chi di preda e di sangue ha furor
la difesa a noi tutti si spetta sciagu-
rato chi spera vendetta chi di preda e di sangue ha furor.
all’o-
nore alla pace devote son le spade che un Padre ci diede chi tre-
mante da quelle recede è ribaldo che patria non ha
Dio supremo a virtù ci riscuote ci ridona alla patria pro-
vetta sciagurato chi spera vendetta chi di preda e di sangue ha fu_
ror sciagurato chi spera vendetta chi di preda e di sangue ha fu-
ror all’onore alla pace devote son le spade che un Padre ci
diede chi tremante da quelle recede è ribaldo che Patria non
ha, sci(a)gurato chi spera vendetta chi di sangue e di preda ha fu-
rore sciagurato chi spera vendetta chi di sangue un pensiero fa-
rà sciagurato chi spera vendetta chi di sangue un pensiero fa-
rà
Note
[1]Filippo Meucci. – Nacque a San Polo dei Cavalieri, nei pressi di Roma, il 20 marzo 1805, da Vincenzo e da Lucia Forese.
Il padre, notaio, dopo aver lasciato la professione ricoprì vari incarichi pubblici come vicegovernatore, podestà, segretario comunale e uditore legale.
Compiuti gli studi superiori a Tivoli nel collegio dei gesuiti, nel 1826 il M. insegnò eloquenza a Veroli nel seminario vescovile dove il fratello Giuseppe era studente. A Veroli conobbe la giovane Emiliana Passeri, che sposò e con la quale ebbe un figlio.
Alla scadenza del contratto di insegnamento si trasferì a Roma e nel 1830 scrisse al pontefice Pio VIII una lettera in cui, sostenendo di aver elaborato – nel quadro di una riforma generale delle scuole – un nuovo metodo di insegnamento, propose l’istituzione di uno strumento di controllo che attraverso ispezioni verificasse le condizioni degli istituti e i risultati didattici.
Non mancò di sottolineare quanto fosse difficile per un intellettuale trovare un’adeguata collocazione professionale. Alla lettera allegò un inno dedicato al papa, Le grandezze di Dio (Arch. di Stato di Roma, Congregazione degli Studi, b. 425), che restò inedito e che, oltre a connotarsi per l’ispirazione religiosa, rivelava anche nel M. un orientamento antibonapartista espresso con la metafora dell’imperatore come «Gallico nembo», suscitatore di guerre mentre ormai l’Europa invocava solo la pace.
Il M. aveva già pubblicato alcune tragedie: Il tradimento punito dall’innocenza (Roma 1826), Temisto (Napoli 1827) e un’Ode in onore di s. Maria Salome (Frosinone 1828), sul tema dell’amore materno visto da angolature contrastanti.
Nella notte tra il 21 e il 22 nov. 1832, a conclusione di un periodo di sorveglianza, il M. fu arrestato con il fratello su mandato del governatore di Roma e direttore generale di polizia. Il tribunale della S. Consulta, però, non riuscì a dimostrare l’appartenenza del M. a organizzazioni segrete, né che egli avesse preso parte al tumulto di piazza Colonna del febbraio 1831. Due anni dopo, alla riapertura dell’Archiginnasio romano, si iscrisse alla facoltà di legge ma non frequentò i corsi e si laureò solo nel 1851, in lettere, a Torino.
Nel 1841 pubblicò un discorso critico sul Monumento in marmo dell’illustre scultore Giuseppe Ceracchi (Roma), a illustrazione di un complesso statuario, ormai dimenticato, dell’artista giustiziato dopo un rito sommario perché accusato di complotto contro Napoleone.
Il momento, da un punto di vista culturale, dovette apparire favorevole al M. per l’interesse che Gregorio XVI rivolse alle antichità e belle arti istituendo nuovi musei. Forte della convinzione che il gusto di un’epoca fosse formato dall’opera d’arte e non viceversa, il M. si rivolgeva ai giovani affinché si dedicassero alla lettura dei gloriosi fatti della storia romana, in una sintesi tra idealità del passato e momento presente. Tuttavia fu soltanto a seguito dell’amnistia concessa da Pio IX, nel luglio 1846, che poté esprimere apertamente le sue idee, come esponente di una generazione che non aveva partecipato ai moti del 1821, che rifiutava l’estremismo e si situava nell’area moderata liberale.
Nel capodanno del 1847 il M. dedicò a Pio IX un Inno popolare (ibid.) per lui appositamente composto ed eseguito nella piazza del Quirinale sotto la direzione di Gaetano Magazzari. Nella poesia drammatica Il dì 17 luglio 1847. Anniversario della gloriosa amnistia concessa ai rei di Stato (ibid.), con musica di Antonio Buzzi e libretto del M., la misura di clemenza venne da lui proposta come l’apertura di una stagione di riforme, presto seguita da altre concessioni: l’udienza pubblica, la costruzione delle ferrovie, la legge sulla stampa e la guardia civica. Il M. con i suoi versi ne fece il commento: dalla stessa ispirazione civile originò la poesia cantata, sempre per la musica di Buzzi, Augurio a Roma (ibid. s.d.), riferita alla grandezza di Roma e «all’alto italo genio».
Come librettista di melodrammi, genere capace di attrarre un pubblico più folto di quello della tragedia, il M. tentò di mandare in scena La Lega lombarda nel secolo XII, ma la censura pontificia, ravvisandovi un intento anti-austriaco, ne vietò la rappresentazione costringendolo a pubblicarla nel 1846 a Parigi. Cambiati sfondo storico e personaggi, il melodramma fu poi rappresentato come Gusmano in Medina il 30 genn. 1847, portato a Barcellona nel 1850 e ripreso a Torino e a Bologna nel 1859. Nel 1847 era andata in scena a Livorno anche la Luisa di Monteforte, scritto con F. Guidi e musicato da M. Bergson.
Acquisito un ruolo non secondario nel movimento per le riforme, il M. si prodigò come oratore nelle manifestazioni pubbliche e nei teatri cittadini per raccogliere fondi con finalità sociali, in veste anche di socio e segretario del Circolo popolare. Nel banchetto per il Natale di Roma dedicò un discorso a Massimo d’Azeglio, del quale lodò la linea moderata, scevra dal ricorso alla violenza. Quindi ideò e diresse un settimanale, Galleria letteraria, che uscì dall’aprile al luglio 1847: erano fascicoli intesi a divulgare, specialmente tra i giovani, brani formativi di testi italiani e stranieri, antichi e contemporanei.
Alle prime notizie della rivoluzione siciliana del gennaio 1848, il M. scrisse un Inno italiano (Roma), musicato da Magazzari, eseguito tra l’altro quando, il 5 febbr. 1849, il corteo dei deputati raggiunse la sede della Costituente. Nel 1848, oltre a sostenere lo sforzo dei volontari pontifici nella guerra contro l’Austria, fu tra i collaboratori del foglio La Donna italiana rivolto al pubblico femminile (22 aprile – 11 nov. 1848); dal 2 genn. 1849 diresse il quotidiano La Pallade attestato su una linea riformista avanzata.
Alla vigilia della Repubblica Romana il M. figurava tra gli «aggiunti» nella Commissione provvisoria di governo dello Stato romano presieduta da G. Gabussi (L’Epoca, 10 genn. 1849). Fece poi parte del comitato direttore dell’Associazione elettorale centrale che elaborò i principî del programma elettorale: formazione di istituzioni che avessero la prerogativa di affrancare la società dal «dispotismo interno e dal giogo straniero», rappresentanti del popolo con «coraggio patriottico», «intelletto prudente»; nessun riconoscimento, invece, all’appartenenza di classe o per gli studi «scarsi o manchevoli» (ibid., 12 genn. 1849). Pur non risultando eletto all’Assemblea costituente, si batté per l’idea di un mandato che valesse sia per l’assemblea romana sia per quella italiana. Lasciata la direzione del giornale il 3 marzo, fu chiamato su proposta del ministro dell’Interno A. Saffi alla direzione generale della Pubblica Sicurezza: convinto che la polizia, lasciata ogni finalità politica, dovesse essere impiegata nella repressione dei reati comuni e ancora meglio nella loro prevenzione, il 14 aprile inviò al ministro un progetto di riforma che avrebbe dovuto cancellare per sempre «la rimembranza degli sgherri» (Arch. di Stato di Roma, Miscellanea della Repubblica Romana, b. 29), e istituire un corpo di guardie urbane notturne «all’uso dei Policemen inglesi» che, anche con il ricorso a premi, potesse procurare «lo sterminio dei ladri e dei malfattori». Non riuscendo ad attuare tali propositi, il M. si dimise e intorno al 22 aprile passò negli uffici del Triumvirato come sostituto del segretario L. Spini. Subito dopo, nell’imminenza dell’assalto delle truppe francesi, con il deputato T. Savelli fu posto alla testa del rione Trevi con l’incarico di preparare la popolazione all’assedio. Infine, l’8 maggio entrò a far parte con A. Calandrelli, C. Ravioli, G. Gajani e L. Mariani della Commissione delle requisizioni, istituita per ricevere le denunce delle perquisizioni arbitrarie o illegali.
Finita l’esperienza repubblicana, gli fu intimato di lasciare lo Stato e raggiungere il territorio del Regno sardo. A Genova, il 24 genn. 1850 pubblicò Una notte in Roma, rievocazione dolorosa degli esiti degli scontri sul Gianicolo. In quel periodo il M. fu anche tra i collaboratori del giornale dell’emigrazione politica L’Italia.
Dal 1851, con l’appoggio di M. d’Azeglio, fu inserito nel corpo insegnante piemontese e dal 1861 in quello italiano: fu professore di retorica e reggente nel collegio di Carmagnola (Torino), direttore nei licei di Savigliano (Cuneo), di Ferrara e dall’ottobre 1863 in quello di Pisa. Tornò alla pubblicazione di drammi storici come Il Tasso alla corte di Ferrara (in Rivista bibliografico drammatica, 1850, vol. 2, n. 10, pp. 368-415), Caterina de’ Medici (Firenze 1856) e Maria de’ Medici (s.l. né d.). Seguirono i libretti per i melodrammi Aroldo il Sassone (Milano s.d.), Ermengarda (ibid. 1855), ma anche un’operetta di tono ironico: Gloria postuma della quinimestre Repubblica Romana ricavata dai titoli di alcuni libri trovati manoscritti negli archivi del Triumvirato (s.l. né d.). Gli autori sarebbero stati i principali protagonisti della Repubblica Romana. Nella sua variegata produzione non mancarono una romanza (In morte di Vincenzo Bellini, s.l. né d.), testi per duetti al pianoforte e riduzioni per musica di suoi componimenti poetici, come Le sere d’autunno al monte Pincio (Roma s.d.).
Nel 1860 il M. pubblicò a Bologna il pamphlet Niun Patrimonio per San Pietro, in cui alle motivazioni politiche intrecciò quelle personali, determinate dalla morte del fratello e dalla condizione di esule.
Confutando la tesi che il termine di patrimonio potesse ricondursi a Cristo e al Patrimonio di S. Pietro e negando legittimità al processo di frammentazione della penisola attuato da Liutprando e da Carlomagno, il M. proclamò la propria adesione a una monarchia italiana con a capo Vittorio Emanuele II, contestando il presupposto che il Papato potesse continuare a tenere insieme la sfera secolare e quella religiosa.
Nell’aprile del 1863 pubblicò Alla Polonia (Ferrara), canto ispirato al combattimento dei duecento giovani nobili polacchi che a Węgrów sacrificarono la loro vita contro i Russi.
Il M. morì a Pisa il 24 luglio 1865.
Il fratello Giuseppe nacque a San Polo dei Cavalieri il 14 marzo 1809. Iscrittosi alla facoltà di medicina dell’Archiginnasio romano nell’anno accademico 1829-30, rimase coinvolto negli arresti del 21 nov. 1832, ma non si poterono provare né la sua appartenenza a società segrete né la partecipazione al tumulto del carnevale del 1831. Si laureò nell’agosto 1834 e fece esperienza clinica nell’ospedale di S. Maria e S. Gallicano dove entrò come soprannumerario dal 1° ag. 1833 e restò fino al 1840, allontanandosene solo ad agosto e settembre del 1836, chiamato dal gonfaloniere di Tivoli come medico aggiunto per il perdurare dell’epidemia di colera. Secondo C. Leonardi, tra i «giovani medici del suo tempo [Giuseppe] fu il primo, forse il solo, che seguì davvicino il progresso delle nuove scuole mediche all’estero e soprattutto in Germania: con questo obietto studiò e seppe a fondo la lingua francese, l’inglese e la tedesca» (p. 9). Vincitore nel 1844 del concorso per la condotta medica nel paese di origine, rinunciò per favorire il medico interino che desiderava essere confermato, ma ciò gli precluse la possibilità di ripresentarsi al concorso successivo.
Nelle elezioni per il ricostituito Municipio romano (ottobre 1847) Giuseppe si candidò in rappresentanza dei medici, chirurghi e farmacisti. Anche nel 1849, proclamata la Repubblica Romana, prese parte alle elezioni per l’Assemblea costituente e ottenne la nomina a deputato in seguito a rinuncia di un candidato risultato vincitore. La sua attività parlamentare fu però limitata dal contemporaneo impiego nella direzione della pubblica sanità, ospedali e carceri. Costretto come il M. all’esilio, fu dapprima a Marsiglia e solo nel 1851 ottenne dal governo sardo il permesso di stabilirsi a Sampierdarena. Come medico si distinse in occasione dell’epidemia di colera che colpì la zona nel 1854-55. Da quella esperienza derivò, nel 1854, la pubblicazione di impostazione statistica Dei risultati ottenuti nella cura del cholera-morbus che ha dominato in Sampierdarena dagli ultimi di luglio ai primi di settembre 1854 (in collaborazione con C. Milanesi), voluta dall’amministrazione comunale.
Giuseppe morì a Sampierdarena il 6 ott. 1860.(fonte)
[2]Antonio Boncompagni Ludovisi. Nacque a Roma il 16 giugno 1735, figlio di Gaetano e di Laura Chigi. Il padre, principe di Piombino e duca di Sora, era uno dei più importanti baroni del Regno di Napoli e tra i più eminenti personaggi della corte di Carlo di Borbone: al B., come primogenito ed erede, toccarono pertanto, sin dall’infanzia, dignità e onori. Il 13 sett. 1743 fu nominato gentiluomo di camera del re; il padre rinunziò in suo favore nel 1746 al feudo di Venosa e nel 1757 chiese e ottenne dalla corte di Madrid l’autorizzazione a trasmettergli la dignità ereditaria di grande di Spagna. Nello stesso anno fu stipulato tra Gaetano Boncompagni Ludovisi e il duca di Gravina Domenico Orsini il contratto di matrimonio tra il B. e la figlia dell’Orsini, Giacinta (nata a Napoli nel 1741, morta a Roma di parto il 9 giugno 1759). Il contratto stabiliva per la sposa una dote di tale rilevanza che si dovette chiedere al pontefice Benedetto XIV una speciale autorizzazione, che questi concesse con un breve dell’11 apr. 1757, in deroga a una bolla di Sisto V contro le doti eccessive. Il matrimonio fu fastosamente celebrato il 24 aprile di quello stesso anno. Per la morte prematura di Giacinta il B. passò a seconde nozze, il 25 nov. 1761, con Vittoria, figlia del duca Giuseppe Sforza Cesarini, la quale pure premorì al marito, nel 1778, dopo avergli dato tre figli: Anna Eleonora, Luigi e Giuseppe.
Alla morte del padre, nel 1777, il B. ne ereditò le cospicue sostanze, costituite dal principato di Piombino e dell’isola d’Elba, dal ducato di Sora, dal marchesato di Vignola e da altri numerosi feudi nel Regno di Napoli, tra i quali i principali erano quelli di Aquino, Arpino ed Arce, nonché della dignità di senatore di Bologna.
I rapporti del B. con la corte napoletana si guastarono tuttavia ben presto, sebbene egli continuasse per anni a figurarvi come uno dei personaggi più decorativi nella sua qualità di gentiluomo di camera con esercizio di Ferdinando IV. L’azione riformatrice dei ministri napoletani si esplicava infatti in un controllo fiscale di una fermezza inusitata sui maggiori baroni, tanto che il B. fu spinto dalla noia delle interminabili contestazioni ad offrire in vendita al re tutti i suoi feudi nel Regno. E non migliori erano i rapporti con la corte di Spagna, della quale il B. si considerava vassallo per il principato di Piombino: innumerevoli e interminabili querele giurisdizionali arricchirono di ponderosi volumi gli archivi della corte spagnola e moltiplicarono le amarezze del B., col quale il destino della casa sembrò arrivare al culmine di un inarrestabile processo di disfacimento. Del resto, continuando un atteggiamento che era già stato degli ultimi anni del padre, il B. venne sempre più disinteressandosi dei suoi feudi e allontanandosi dalla corte napoletana, partecipando piuttosto alla vita della aristocrazia pontificia, nella quale poi la famiglia si inserì stabilmente. La decadenza della famiglia, d’altra parte, trovò il proprio coronamento, nel quadro della generale decadenza del mondo feudale italiano e come uno degli esempi maggiori di essa, allorché le armate francesi intervennero a minarne dal di fuori l’ultima effimera sopravvivenza.
Il B. fu colpito massicciamente e direttamente dalla nuova situazione politica. Dapprima dovette vedere la caduta del suo marchesato di Vignola nelle mani dei conquistatori, nel 1796, poi, nel corso della stessa campagna italiana, l’occupazione dell’isola d’Elba da parte degli Inglesi, come contromisura all’occupazione di Livorno fatta dai Francesi. Finalmente, quando nel 1801 lo stesso re delle Due Sicilie fu costretto a piegarsi alle condizioni di pace imposte dal Bonaparte, tra le varie clausole minori fu compresa anche quella della cessione alla Francia di ogni diritto all’investitura del principato di Piombino. Se i termini dell’accordo formalmente non fossero compromessi i diritti del B. su quello Stato, in realtà essi avrebbero reso possibile al governo di Parigi di disporne liberamente: il che esso fece senza esitazioni, estromettendone la famiglia Boncompagni, la quale fu privata, oltre che dei diritti feudali, anche di quelli allodiali. Nel 1802 l’isola d’Elba fu annessa alla Francia e nel 1805 il principato di Piombino fu attribuito da Napoleone alla sorella Elisa.
Il B. non sopravvisse alla bufera: morì il 26 aprile dello stesso anno 1805.(fonte)
[3]Marianna Creti de Rocchis (1822-1890) è stata una rinomata arpista e insegnante italiana del XIX secolo. Oltre alla sua attività concertistica, ha composto diverse opere per arpa, tra cui fantasie basate su celebri arie d’opera dell’epoca. Tra le sue composizioni più note si annoverano:
- Fantasia su “Casta Diva”
- Fantasia su “Come rugiada al cespite” dall’opera “Ernani” di Verdi, Op. 13
- Pot Pourri su motivi dall’opera “Ernani” di Verdi, Op. 14
Marianna Creti De Rocchis godeva di una notevole reputazione in Italia come arpista e insegnante di arpa. Può essere ricordata, se mai, come l’insegnante di Rita Perozzi, per la quale scrisse Rossini, e come compositrice di una Fantasia su “Casta Diva” di Bellini (dall’opera Norma ).
Per un esempio della sua maestria nell’arrangiamento per arpa, puoi ascoltare la sua “Fantasia per arpa su ‘Casta Diva’” su YouTube.(fonte)