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Vincenzo Tripodo. Novi Ligure. 3 aprile 1939

    Vincenzo Tripodo. Novi Ligure. 3 aprile 1939
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    Novi Ligure 3 Aprile 1939 -XVIII

    Egregio Dottore

    Mi permetto di rivolgermi a Voi come compagno di
    fede di mio figlio Tripodo Giulio, presentemente facen=
    te parte del Corpo di spedizione dei Legionari Ita=
    liani operanti nella Spagna[1], Battaglione Radio=
    telegrafisti, già reduce anche dall’A. O. I., sicuro
    che vorrete compiacerVi cortesemente aderire alla
    mia richiesta, e ciò per non vedere privato ingiu=
    stamente Giulio, che tutto ha dato per la santa cau=
    sa della rivoluzione fascista, di una ambita di=
    stinzione, che agli squadristi della prima ora
    è stata concessa dal nostro amato Duce –
    Voi sapete benissimo che tutta la famiglia
    Tripodo è fascista della 1° ora e che tutti i miei
    5 figlioli maschi e femmine hanno contribuito
    alla formazione del fascio maschile e femmini=
    le di Novi – a tale riguardo conservo delle fotografie
    ove vi siete anche Voi – e conservo anche un articolo
    del giornale “La Fiamma” di Alessandra del 15 Mar=
    zo 1923, che da il resoconto di come è sorto il fascio
    di Novi, ove sono segnati tutti i nomi dei fascisti
    che lo hanno fondato, in essi compreso mio
    figlio Giulio.
    La commissione preposta per la formazione
    dell’elenco degli squadristi di Novi, composta
    di Carlo Serra, Giorgio Delitala, Buiasco Felice
    e Quaglia Giovanni, alla domanda che io ho
    inoltrata per far comprendere mio figlio Giulio
    negli squadristi mi ha risposto che egli non
    possiede i titoli sufficienti per essere considerato
    “Squadrista” – Serra ha detto che non si ricorda
    che Giulio era squadrista, e gli altri si sono –

    Sottomessi alla decisione che ha preso Serra, pur rico=
    noscendo il contrario -Vi assicuro Dottore che fra gli
    squadristi sono stati compresi individui che dal 1919
    al 1922 sono stati sempre appartati e solo dopo la
    marcia su Roma[2], cioè quando il pericolo non vi era
    più, si sono messi in mostra per raccogliere i frutti,
    non voglio citarvi i nomi, quando sarete di ritorno a
    Novi vi persuaderete delle belle cose che hanno fatto-
    Gentile Dottore, io ho bisogno una Vostra dichiara=
    zione dalla quale risulti che mio figlio Giulio è stato
    Vostro compagno di fede, squadrista della 1° ora –
    Così mi è stato suggerito dal Segretario del fascio,
    e anche dal Sig. Buiasco, facente parte della Com=
    missione, una dichiarazione Vostra basterebbe allo
    scopo-
    Io credo che non avrete alcuna difficoltà a
    rilasciarmela, poiché certamente vi ricordate di mio
    figlio Giulio, come pure vi ricorderete di quella sera
    che egli ha portato via la mia pistola d’ordinanza
    e che ha dato a Voi, e che è stata quella che in quella
    stessa sera che vi siete presi con dei comunisti, ha
    salvato la situazione, sul Viale Regina Elena –
    Confido pertanto in Voi, e nel ringraziarVi senti=
    tamente vi porgo i migliori saluti ed auguri
    anche a nome di tutta la mia famiglia, ed
    in attesa di presto vedervi di ritorno a Novi,
    cordialmente credetemi –

    Dmo Tripodo Vincenzo
    Via Garibaldi 16

    Vincenzo Tripodo. Novi Ligure. 3 aprile 1939

    POSTA AEREA

    Per il Sig.
    Tenente Cabella Dott. Cav. Giuseppe[3]
    Brigata mista Frecce Azzurre[4]
    1° Reggimento – 3° Battaglione
    Battaglione
    Serra Avila,

    Posta Speciale 500

    O. M. I.

    Affrancato
    POSTA AEREA
    ITALIA
    LIRE 1

    CENT 50
    POSTE ITALIANE

    NOVI LI: (ARRIVI E APRT.) ALESSANDRIA 4 4 39 12

    nto


    Note

    [1] Il contributo è tratto da Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco, edizione in 75 ebook

    La guerra civile spagnola è l’emblema di un’epoca che vede il confronto di tre modelli di organizzazione della vita sociale: quello democratico occidentale, quello comunista e anarchico, quello fascista innestato sulla forza delle tradizioni militari e religiose della Spagna. L’esito, tra il 1936 e il 1939, è un lunghissimo e sanguinoso conflitto armato che si risolve per il decisivo contributo in armi e uomini che la Germania nazista e l’Italia fascista sono in grado di offrire al caudillo Franco, mentre il governo repubblicano non solo può contare su risorse e aiuti assai limitati da parte sia delle potenze occidentali che dell’URSS (sostanzialmente costituiti dalle brigate antifasciste internazionali), quanto soprattutto è costretto a una conduzione della guerra in cui le lacerazioni profonde della sinistra (come quella tra anarchici e comunisti) rendono difficoltosa la coesione delle operazioni contro i falangisti.

     disordini politici e il colpo di Stato di Franco: scoppia la guerra civile

    L’avvio di una delle vicende politico-militari, la guerra civile spagnola, che più di ogni altra contraddistingue la spinta dell’Europa verso la Seconda guerra mondiale, è probabilmente da ricercare nel fallimento dell’esperimento politico del dittatore Miguel Primo de Rivera (1870-1930). Le opposizioni alla sua politica e il fallimento di tutti i suoi sforzi lo spingono a lasciare il potere nel gennaio 1930, mentre anche il re Alfonso XIII (1886-1941), profondamente coinvolto nell’esperienza autoritaria di de Rivera, è costretto ad allontanarsi dalla Spagna dopo la vittoria elettorale dei partiti Repubblicano e Socialista nel 1931.

    La formazione di un governo di sinistra repubblicano-socialista, presieduto da Manuel Azana (1880-1940), proprio nella fase di maggiore incertezza economica, poiché i settori più vitali del sistema economico sono colpiti dalla grande crisi economica del 1929, produce il tentativo di introdurre riforme di tipo liberal-democratico che rafforzano la modernizzazione del Paese: una riforma agraria, che assume un carattere moderato e non punitivo per la proprietà, come invece vogliono gli anarchici; la laicizzazione del sistema scolastico, che viene sottratto all’influenza della Chiesa; il riconoscimento dell’autonomia catalana; un nuovo diritto di famiglia; l’introduzione del suffragio universale. Le difficoltà per il governo Azana nascono sia per la resistenza dei ceti colpiti da quei provvedimenti, sia per l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che li ritengono insufficienti. La vita politica spagnola, mentre la crisi economica contribuisce a creare masse di sbandati e di disoccupati, inizia a caratterizzarsi per gli scontri armati tra le milizie di partito delle due ali estreme. In particolare all’estrema destra José Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore, fonda la Falange spagnola, un movimento che richiama i partiti nazional-fascisti europei, mentre un forte movimento cattolico-reazionario è guidato da José María Gil Robles (1898-1980). Alla fine di novembre 1933, le elezioni politiche segnano la vittoria dei partiti di centrodestra, i quali provvedono immediatamente a vanificare buona parte delle riforme del governo Azana. Alla reazione dei partiti di estrema sinistra – che nelle Asturie si trasforma in una vera e propria rivolta dei minatori anarchici – il governo risponde con una violenta repressione che produce 3000 morti. In una situazione così radicalizzata interviene agli inizi del 1936 la nuova vittoria elettorale del fronte delle sinistre, di cui per la prima volta fanno parte anche comunisti e anarchici. La guida del governo tocca al socialista Francisco Largo Caballero (1869-1946). Si rinnovano immediatamente le violenze degli estremisti di destra, che non accettano il responso delle urne, cui i gruppi armati delle sinistre rispondono con attentati a personalità guida dell’estrema destra. Il 3 luglio viene assassinato il fondatore della Falange spagnola, de Rivera, e l’episodio serve a fine luglio alle truppe del generale Francisco Franco (1892-1975), insediate in Marocco, per un nuovo pronunciamento dell’esercito. L’esercito dei rivoltosi, che ha dalla propria parte i quadri militari, riesce a passare nel continente, grazie anche all’assistenza militare dell’Italia e della Germania che riconoscono subito il nuovo governo che Franco costituisce a Burgos, nella parte occidentale della Spagna, mentre il governo repubblicano riesce a mobilitare la resistenza popolare e i quadri militari rimastigli fedeli e soprattutto a disporre delle forze di polizia e delle masse di volontari delle regioni industriali, ma risente notevolmente dell’indisciplina delle milizie operaie imbevute di anarchismo. L’URSS invia ai repubblicani tecnici, materiale bellico e aiuti finanziari, incomparabilmente minori di quelli offerti, prima segretamente poi apertamente, dai governi italiano e tedesco. Inizia così la guerra civile spagnola.

    Una guerra civile che coinvolge tutta l’Europa

    Dal punto di vista militare la guerra di Spagna rappresenta il banco di prova delle armi e delle tecniche nuove, utilizzate nella Seconda guerra mondiale. L’aiuto delle potenze fasciste alla Spagna franchista assume un forte significato ideologico, per cui in tutto il mondo occidentale le forze politiche che colgono il pericolo dell’espansionismo fascista si schierano con i repubblicani. Si formano brigate internazionali di democratici, socialisti, comunisti e anarchici che vanno a combattere per la repubblica e particolarmente significativa è la presenza degli antifascisti italiani, mentre vengono deluse le speranze che il governo repubblicano ha posto nella Francia e nell’Inghilterra, poiché queste adottano una politica di non intervento. L’esito della guerra civile non è affatto scontato, malgrado il massiccio intervento a favore dei franchisti delle truppe italiane (sotto forma di volontari) e della tecnologia bellica, soprattutto aviatoria, tedesca. Mentre la conduzione della guerra da parte dei franchisti è sufficientemente coerente, nella parte repubblicana la guerra civile produce una forte divaricazione tra democratici e comunisti, da una parte, e anarchici e trozkisti – i comunisti sostenitori delle teorie del grande rivoluzionario russo hanno creato una quarta internazionale – dall’altra. Questi ultimi infatti ritengono che la guerra civile debba trasformarsi immediatamente in rivoluzione sociale. In Aragona e Catalogna, dalla metà di luglio alla fine di agosto 1936, i lavoratori e i contadini collettivizzano i trasporti urbani e ferroviari, le industrie metallurgiche e tessili, il rifornimento d’acqua e alcuni settori del grande e piccolo commercio. Circa 20 mila imprese industriali e commerciali sono così espropriate e gestite direttamente dai lavoratori e dai loro sindacati. Un Consiglio dell’economia viene costituito per coordinare l’attività dei diversi settori della produzione. È nel settore agricolo che la collettivizzazione è più radicale con misure quali la creazione di salari familiari e la messa in comune degli attrezzi e dei raccolti. Così, andando assai oltre i progetti politici dei repubblicani, vengono create Comuni rivoluzionarie in un clima di violenza contro i ceti borghesi e contro le strutture ecclesiastiche, e vengono assassinati circa 7mila preti e monache. A questi eccidi i nazionalisti rispondono con esecuzioni in massa (a Saragozza, a Badajoz); il poeta García Lorca (1898-1936) cade sotto i colpi della guardia civile franchista. La pericolosità dell’azione insurrezionale degli anarchici in un momento di scontro militare con il fascismo internazionale viene colta in particolare da Stalin (1879-1953), che fa pressione, tramite la terza Internazionale e, direttamente sul capo del governo repubblicano, Caballero sottolineando l’insostenibilità di un’azione difensiva della Repubblica, che consegna agli avversari interi ceti sociali spaventati dagli esperimenti rivoluzionari degli estremisti. Di fronte alla debolezza del governo Caballero nei confronti delle iniziative degli anarchici e dei trockijsti, i comunisti sostengono un nuovo ministero repubblicano, mentre le iniziative anarchiche vengono represse nel sangue. Intanto i franchisti danno una vernice fascista al loro movimento, adottando il 19 aprile 1937 il progetto politico dei falangisti, che raccoglie in un partito unico la Falange spagnola tradizionalista e le giunte d’offensiva nazional-sindacalista. Franco aggiunge alle sue funzioni di generalissimo, dall’agosto 1937, quelle di Capo dello Stato. Dal punto di vista militare i nazionalisti con la presa di Badajoz (14 agosto 1936) riescono a riunire le loro forze dislocate a ovest e a sud del Paese, minacciando Madrid, difesa eroicamente dai repubblicani e dalle brigate internazionali, che riescono a fermare l’assalto dei franchisti. La resistenza di Madrid si prolunga per 28 mesi. Tuttavia, già alla fine del 1936 Franco controlla ormai più di metà della Spagna, con tutta la frontiera ispano-portoghese, che rappresenta un vantaggio per ricevere i suoi rifornimenti. L’ultima offensiva degli antifascisti è del gennaio 1938, che porta alla conquista di Teruel, vittoria senza esito poiché la città viene ripresa dai nazionalisti dopo appena un mese. Questo successo effimero contribuisce solo a ritardare la grande offensiva progettata da Franco, che comincia il 23 dicembre 1938, sostenuta da potenti forze aeree e motorizzate. Viene sfondato rapidamente il fronte della Catalogna e il 26 gennaio 1939 viene presa Barcellona, retta dal maggio 1937 da un governo filocomunista, guidato da Juan Negrin (1887-1956), il quale, sempre appoggiato dai comunisti, cerca di continuare la resistenza a Valenza. Dopo aver infranto con parecchi giorni di combattimento l’opposizione dei comunisti, la giunta franchista si prepara a negoziare la resa della capitale, che viene occupata senza resistenza dalle truppe di Franco il 28 marzo 1939. Sono molti i profughi che decidono di passare il confine francese e il governo consente l’entrata in Francia dei profughi civili: “Le donne, i bambini e i vecchi possono essere accolti. I feriti verranno curati. Gli uomini in età di portare le armi devono essere respinti”. Saranno accolti 240 mila civili e 10 mila feriti. La guerra può considerarsi perduta per i repubblicani, tanto che buona parte delle truppe italo-tedesche e degli aiuti militari sovietici lasciano il Paese. I volontari delle brigate internazionali, provenienti da 52 Paesi dei cinque continenti, sono circa 40 mila e la metà è morta in combattimento, dispersa o ferita. Altri 5000 uomini hanno combattuto in unità dell’esercito repubblicano e almeno altre 20 mila hanno lavorato nei servizi sanitari o ausiliari. Il conflitto che ha causato circa 400 mila morti, si conclude e il primo aprile Radio Burgos diffonde l’ultimo bollettino di guerra: “Oggi, dopo aver fatto prigioniero l’esercito rosso e averlo disarmato, le truppe hanno raggiunto i loro obiettivi militari. La guerra è terminata”.(fonte)

    [2] La marcia su Roma fu una manifestazione armata eversiva organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF), volta al colpo di Stato con lo scopo di favorire l’ascesa di Benito Mussolini alla guida del governo in Italia. Il 28 ottobre 1922 migliaia di fascisti si diressero verso la capitale minacciando la presa del potere con la violenza.

    La manifestazione ebbe termine il 30 ottobre, quando il re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di formare un nuovo governo. La marcia su Roma fu propagandata negli anni successivi come il prologo della «rivoluzione fascista» e il suo anniversario divenne il punto di riferimento per il conto degli anni secondo l’era fascista.

    Contesto storico

    Timori di un colpo di stato

    Già durante la Prima guerra mondiale erano apparsi forti segni di distacco da parte di esponenti dell’esercito nei confronti dei rappresentanti dello Stato liberale, giudicati indegni, ma anche verso una parte delle truppe e la popolazione, che secondo Ottone Rosai avrebbe richiesto l’uso di bastoni e dell’olio di ricino.

    Nel giugno 1919 si diffuse sulla stampa la notizia di un complotto per un colpo di stato organizzato da nazionalisti, da arditi, da ex combattenti e da membri dell’esercito, il tutto con il probabile coinvolgimento di Benito Mussolini e di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta e con il finanziamento di «industriali della Lombardia, della Liguria e del Piemonte». A settembre si ebbero nuove voci di un’azione di forza, che però si concretizzò nell’occupazione della città di Fiume da parte di associazioni nazionalistiche e di reparti (insubordinati) del Regio Esercito.

    «Non posso però nascondere un profondo senso di amarezza e di dolore. Quanto è avvenuto mi ha riempito di tristezza, ma anche di umiliazione, perché per la prima volta è entrata nell’esercito italiano, sia pure per fini idealistici, la sedizione. (Commenti). […] Altra cosa è un’azione di volontari, altra è la partecipazione di soldati dell’esercito regolare. Il soldato che rompe la disciplina, sia pure per alti fini, è contro la patria. Chi lo induce, con blandizie, sia pure per fini non volgari, sia pure per tendenze idealistiche, ad atti di sedizione, mette il soldato contro la patria.»

    (Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio dei ministri, discorso alla Camera, 13 settembre 1919)

    Vennero poi sciolte le camere e organizzate nuove elezioni, con nuove minacce eversive da parte fascista.

    «Molta gente spasima per non poter andare a Fiume, ma io mi domando: non c’è più nessuno che conosca la strada di Roma?»

    (Mussolini, 2 ottobre 1919)

    Il successo delle liste socialiste nelle elezioni politiche complicò però la possibilità di accordi politici per la formazione di un governo.

    Ancora nell’ottobre 1920 ci furono voci di un colpo di stato con base a Fiume, ma a fine anno persero vigore con la ratifica del trattato di Rapallo e la fine dell’esperienza fiumana.

    Elezioni e violenze

    Povertà e disagio nel dopoguerra portarono a scioperi e agitazioni e anche a occupazioni di terre, con scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Si inserirono in questo contesto le violenze fasciste iniziate l’11 gennaio 1919 con la contestazione di un comizio di Leonida Bissolati e proseguite nel mese di aprile con l’incendio della sede milanese del quotidiano socialista Avanti!.

    L’attività fascista subì un arresto con i modesti risultati delle elezioni del novembre 1919; si sviluppò di nuovo a partire dall’estate del 1920 con le violenze dell’Hotel Balkan a Trieste e con lo scoppio di una bomba a Venezia contro una manifestazione socialista, ma soprattutto con gli squadristi al servizio degli interessi agrari contro gli scioperanti e degli industriali dopo l’occupazione delle fabbriche.

    In occasione delle elezioni amministrative del 1920 si creò inoltre un blocco antisocialista e risultò evidente l’indulgenza (in alcuni casi un effettivo sostegno) verso le violenze fasciste da parte di elementi dell’amministrazione dello Stato e del mondo militare. Le nuove amministrazioni comunali furono per quasi un quarto a guida socialista o repubblicana (rispettivamente 2 022 e 27 comuni su un totale di 8 327), con punte in Emilia-Romagna (215 comuni socialisti e 11 repubblicani su 329) e in Toscana (151 comuni socialisti e 5 repubblicani su 290); anche nelle amministrazioni provinciali ci fu un successo socialista con 26 consigli provinciali su 69 (7 su 8 in Emilia-Romagna e 6 su 8 in Toscana).

    Le squadre fasciste, organizzate militarmente grazie all’inclusione di arditi ed ex combattenti, iniziarono così a colpire violentemente le nuove amministrazioni socialiste, come nel caso di Bologna. I disordini (spesso organizzati coordinando gruppi da zone diverse) permettevano così al governo di sciogliere l’amministrazione locale e sostituirla con un commissario favorevole al governo stesso; inoltre gli attacchi contro le Camere del Lavoro ne allontanavano gli iscritti, indebolendone l’azione.

    «Molti colleghi si sono occupati degli episodi del così detto fascismo. Intendiamoci a questo proposito, chiaramente. Noi non

    domandiamo difese, non domandiamo ausili, non domandiamo interventi. Soltanto vogliamo mettere in luce una verità che è ormai troppo chiara; vogliamo dimostrarvi che se il fascismo esiste, se il fascismo agisce, se tenta le sue imprese pazzesche nel paese, ciò è dovuto alla connivenza governativa. E quando avremo dimostrato questo, avremo dimostrato che il Governo abdica ai suoi poteri di difesa e di conservazione nelle mani di una privata organizzazione che può domani rivolgersi contro lo stesso Governo. (Approvazioni all’estrema sinistra). Ebbene, signori, lasciateci liberi, lasciateci la stessa libertà; non mettete i cordoni dei carabinieri a proteggere il manipolo dei fascisti; lasciate che la guerra civile si scateni per le strade, se questo è il vostro programma; ma non tenete stretto uno dei due contendenti, mentre l’altro gli assesta il colpo.»

    (Adelmo Niccolai, discorso alla Camera, 17 novembre 1920)

    Giuseppe Di Vagno

    Nel 1921 crebbe il numero di violenze da parte fascista, tanto che a gennaio e a febbraio si ebbero articoli di giornali di parte governativa che invitavano a interrompere queste azioni, pur volendole giustificare come reazione alle violenze socialiste. Durante il periodo delle elezioni politiche del maggio 1921 queste violenze però aumentarono ancora e si ebbero sempre più casi di complicità da parte di appartenenti alle forze dell’ordine. I risultati elettorali segnarono una flessione per i socialisti e l’ingresso di una trentina di fascisti alla Camera (principalmente tramite liste dei Blocchi nazionali), che il 13 giugno aggredirono il deputato Francesco Misiano, che aveva disertato durante la Prima guerra mondiale. Violenze in aula si ebbero durante le sedute del 21 giugno, del 20 luglio e del 22 luglio, con intervento del presidente. Fallì anche il tentativo di un patto di pacificazione, perché non accettato dai fasci locali; le violenze continuarono e colpirono anche deputati, con l’aggressione di Claudio Treves e l’omicidio di Giuseppe Di Vagno.

    Titolo dell’Avanti! dopo gli scontri di Roma per il congresso fascista

    Il governo organizzò le celebrazioni per il 4 novembre con la traslazione della salma del Milite ignoto. Per i giorni successivi a Roma venne organizzato il terzo congresso fascista; nonostante la presenza di forze dell’ordine, si svolsero numerosi scontri e violenze con forze antifasciste, con due morti e circa 150 feriti. Anche se il governo si mostrò debole nel cercare di opporsi ai cortei e alle violenze, nel complesso le giornate romane rappresentarono una sconfitta per i fascisti.

    Il 1922

    Nel 1922 i fascisti cercarono di espandersi sia a Nord nei luoghi ancora controllati dai socialisti sia nell’Italia meridionale. Inoltre, considerati anche gli esiti negativi delle giornate romane a fine 1921, quando ad aprile 1922 si tenne il consiglio nazionale fascista, Benito Mussolini e Dino Grandi spinsero per abbandonare le idee insurrezionali e seguire una via legalitaria. Nonostante queste rassicurazioni esteriori, il partito fascista continuava l’organizzazione delle squadre in quattro zone (Nord-occidentale, Nord-orientale, centro con la Sardegna, Sud con la Sicilia) in vista di eventi insurrezionali a livello nazionale; inoltre da maggio si ebbero mobilitazioni fasciste con una nuova serie di violenze, che misero in difficoltà il neonato primo governo Facta, in particolare con l’occupazione di Bologna e di Cremona (con il saccheggio delle case dei deputati Giuseppe Garibotti e Guido Miglioli). Tra i discorsi che segnarono la caduta del governo è da segnalare il discorso di Mussolini con minacce verso un possibile fronte antifascista, che suscitarono la reazione di Filippo Turati; le preoccupazioni dei partiti nascevano anche in considerazione del sostegno dato alle azioni fasciste dall’esercito e da una parte della pubblica amministrazione.

    «Il fascismo risolverà questo suo intimo tormento, dirà forse tra poco se vuole essere un partito legalitario, cioè un partito di Governo, o se vorrà invece essere un partito insurrezionale, nel qual caso non solo non potrà più far parte di una qualsiasi maggioranza di Governo, ma probabilmente non avrà neppure l’obbligo di sedere in questa Camera. […] Ma se, per avventura, da questa crisi che ormai è in atto, dovesse uscire un Governo di violenta reazione antifascista, prendete atto, onorevoli colleghi, che noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. (Commenti) Noi alla reazione, risponderemo insorgendo.»

    (Mussolini, discorso alla Camera, 19 luglio 1922)

    Barricate antifasciste a Parma a inizio agosto

    Angelo Filippetti, sindaco socialista di Milano destituito dal prefetto Alfredo Lusignoli dopo l’occupazione del palazzo municipale da parte dei fascisti

    Nel frattempo, si intensificarono gli attacchi fascisti contro cooperative e camere del lavoro. In particolare, a Ravenna il 26 luglio si tenne uno sciopero dell’Alleanza del Lavoro, costituita da forze di sinistra; le squadre di Italo Balbo occuparono la città con nuove violenze, in un momento di crisi di governo. L’Alleanza del Lavoro promosse allora uno Sciopero legalitario per l’inizio di agosto. Nel tentativo di gestire la situazione, il re Vittorio Emanuele III affidò nuovamente l’incarico a Facta per formare un nuovo governo. Lo sciopero fu un sostanziale fallimento e diede il pretesto ai fascisti per occupare altre amministrazioni socialiste. Ci furono voci di spedizioni di fascisti verso Roma e furono presi provvedimenti per bloccare eventuali “treni sovversivi” diretti a Roma (poi non verificatisi). A Milano i fascisti distrussero la sede dell’Avanti! e occuparono il palazzo comunale a guida socialista (anche in questo caso l’amministrazione fu commissariata) e Aldo Finzi dichiarò l’intenzione del partito di occupare tutti i comuni socialisti e uccidere una serie di nemici del fascismo. Vista la gravità della situazione tra il 5 e il 6 agosto fu ordinato ai prefetti di Ancona, Brescia, Genova, Livorno, Milano e Parma di cedere il potere all’autorità militare per il ripristino della normalità.

    «Si chiude oggi quel periodo di crisi interna del fascismo ufficialmente inaugurato dall’on. Mussolini col suo discorso del 19 luglio, in cui egli poneva — negli stessi termini in cui l’avevamo posto precedentemente noi — il dilemma del legalitarismo o dell’insurrezionalismo. Il fascismo, per ora, ha scelto il secondo corno del dilemma. […] I conservatori italiani mostrano di ritenere tutto questo normale […] Non sembra ch’essi avvertano come, con lo stesso metodo, sarebbe possibile, domani, una occupazione di Montecitorio, da non cessare fino a che un decreto reale non sciogliesse la Camera, ordinando elezioni senza proporzionale o a suffragio ristretto.»

    (Luigi Salvatorelli)

    Il 6 agosto fu emanato un comunicato ufficiale del governo ai cittadini «perché cessino dai contrasti sanguinosi e gli spiriti si elevino a un sentimento di solidarietà patriottica e umana». Mussolini rispose rivendicando l’efficacia della violenza in tali casi. Tra l’8 e il 9 agosto si svolse la discussione per la fiducia al nuovo governo, con riferimenti alla situazione interna del paese; i deputati fascisti e dei combattenti proseguirono con le proprie minacce eversive, mentre gli altri partiti si divisero sul comportamento da tenere. Il governo ottenne la fiducia con 247 favorevoli e 122 contrari, anche con il supporto di fascisti e combattenti.

    Svolgimento

    Preparativi

    Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera

    Dopo le violenze di inizio agosto si diffusero sempre più insistenti le voci di un colpo di stato e dell’instaurazione di una dittatura da parte fascista, non senza preoccupazioni da parte di alcuni ambienti moderati che avevano precedentemente difeso le azioni fasciste.

    «Ora noi non vogliamo ammettere neppure per un momento che le voci correnti possano corrispondere a reali propositi e che propositi di tal genere possano trovare il consenso di coloro che hanno la responsabilità del movimento fascista. Oggi, i fascisti hanno ragione di credersi sorretti dalla pubblica opinione; hanno probabilmente ragione di credere che la loro rappresentanza parlamentare è assai inferiore al consenso che essi riscuotono nel Paese. Appunto per ciò essi non hanno nessun interesse ad imporre agli altri le loro opinioni coll’ordine secco e perentorio, colla facile arma della dittatura. Attraverso alla discussione ed alle vie legali essi possono ottenere tutto»

    (dal Corriere della Sera)

    «La marcia su Roma è in atto. Non si tratta, intendetemi bene, della marcia delle cento o trecentomila Camicie nere, inquadrate formidabilmente nel Fascismo. Questa marcia è strategicamente possibile, attraverso le tre grandi direttrici: la costiera Adriatica, quella Tirrenica e la valle del Tevere, che sono — ora — totalmente in nostro assoluto potere. Ma non è ancora politicamente inevitabile e fatale. Voi ricorderete il mio dilemma in Parlamento. Esso rimane. I prossimi mesi daranno una risposta. Che il Fascismo voglia diventare Stato è certissimo, ma non è altrettanto certo che, per raggiungere tale obbiettivo, si imponga il colpo di Stato.»

    (Mussolini, intervista a Il Mattino, 11 agosto)

    A fine agosto Il Giornale d’Italia pubblicò una lettera di «alcuni ufficiali a nome di tutto l’esercito» in cui si indicava come avessero «simpatizzato per i fascisti» ma si chiedeva di chiarire la posizione rispetto alla Corona, dato che il fascismo aveva fino a quel momento manifestato idee repubblicane. La risposta di Mussolini, pubblicata lo stesso giorno, non chiarì in modo definitivo la questione. Fu solo in occasione di un comizio tenuto a Udine il 20 settembre che fu escluso un attacco contro la monarchia, così come richiesto dai militari; nella stessa occasione fu indicato ai fascisti di dimenticare «le accoglienze più o meno ingrate che avemmo a Roma nell’ottobre scorso».

    Julius Perathoner, sindaco di Bolzano, deposto dai fascisti il 3 ottobre

    A inizio ottobre, subito dopo le violenze compiute a Bolzano, fu pubblicato il «Regolamento di disciplina della milizia fascista», preparato da Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi, con l’ufficializzazione di un corpo armato privato, ennesima provocazione verso lo Stato.

    Attorno alla metà di ottobre iniziarono i preparativi per la marcia su Roma. Il giorno 16 a Milano con Mussolini, Balbo, Bianchi, De Bono e De Vecchi si riunirono Gustavo Fara, Sante Ceccherini, Ulisse Igliori e Attilio Teruzzi; altre riunioni si tennero nei giorni 18, 20 e 21. Era prevista l’occupazione di alcune città del centro-sud per evitare l’invio di truppe; la marcia su Roma sarebbe invece stata condotta dalle squadre del centro-nord. Il piano si componeva di cinque punti:

    «1. Mobilitazione e occupazione degli edifici pubblici nelle principali città del regno;

    2. Concentramento delle camicie nere a Santa Marinella, Perugia, Tivoli, Monterotondo, Volturno;

    3. Ultimatum al governo Facta per la cessione generale dei poteri dello Stato;

    4. Entrata in Roma e presa di possesso ad ogni costo dei Ministeri. In caso di sconfitta le milizie fasciste avrebbero dovuto ripiegare verso l’Italia centrale, protette dalle riserve ammassate nell’Umbria;

    5. Costituzione del governo fascista in una città dell’Italia centrale. Adunata rapida delle camicie nere della Vallata Padana e ripresa dell’azione su Roma fino alla vittoria e al possesso.

    Nel doloroso caso di un investimento bellico, la colonna Bottai (Tivoli e Valmontone) accerchierà il quartiere San Lorenzo entrando dalla Porta Tiburtina e da Porta Maggiore, la colonna Igliori con Fara (Monterotondo) premerà da Porta Salaria e da Porta Pia e la colonna Perrone (Santa Marinella) da Trastevere.»

    Sempre a ottobre in interviste sulla stampa gli stessi fascisti (Bianchi sul Corriere della Sera, Balbo su La Nazione) escludevano invece la realizzazione di una marcia su Roma.

    Il congresso di Napoli

    Il congresso fascista a Napoli

    Il congresso fascista si tenne a Napoli dal 24 ottobre e già dal giorno precedente si segnalò l’arrivo di numerosi gruppi. È considerato attendibile il numero di 15 000 partecipanti, anche se i giornali di parte indicarono numeri fino a 40 000. Si trattò comunque di una prova di forza contro lo Stato; secondo Emilio Gentile fu «un simbolico atto di completamento della conquista fascista del paese prima di andare al potere».

    Il discorso di Mussolini iniziò contrapponendo l’accoglienza di Napoli rispetto a come l’anno precedente «a Roma ci siamo trovati in un momento avviluppati da un’ostilità sorda e sotterranea che traeva le sue origini dagli equivoci e dalle infamie che caratterizzano l’indeterminato mondo politico della capitale»; indicò inoltre Paolino Taddei, Giovanni Amendola e Giulio Alessio come «tre anime nere della reazione antifascista». Aggiunse le proprie richieste al governo, in particolare con l’attribuzione di cinque ministeri (Esteri, Guerra, Marina, Lavoro e Lavori Pubblici).

    «Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio; noi fascisti non intendiamo rinunciare alla nostra formidabile primogenitura ideale per un piatto miserevole di lenticchie ministeriali!»

    (Mussolini, discorso a Napoli, 24 ottobre)

    Nel pomeriggio dello stesso 24 ottobre nel passare in rivista le squadre, Mussolini riprese le precedenti minacce: «O ci daranno il Governo o ce lo piglieremo noi calando su Roma». Per i giorni 25 e 26 era previsto un convegno che passò però in secondo piano e non vide elementi di interesse.

    Negli stessi giorni si era aperta anche una crisi di governo e si facevano i nomi di Giovanni Giolitti, Francesco Saverio Nitti, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando. Intanto vennero presi provvedimenti per monitorare le attività delle squadre fasciste sul territorio.

    La sera del 24 ottobre Facta aveva scritto al re che considerava ormai tramontato il progetto della marcia su Roma «tuttavia conservasi massima vigilanza». Il giorno 26 però il presidente del consiglio Facta, il ministro dell’Interno Taddei e il ministro della Guerra Soleri inviarono telegrammi ai prefetti e ai comandanti militari in relazione ad attività insurrezionali che erano segnalate da varie fonti e che furono confermate dalle risposte di alcuni prefetti.

    27 ottobre

    Suddivisione territoriale in dodici zone (mappa rispetto ai confini nazionali attuali)

    L’organizzazione prevedeva la suddivisione in dodici zone; tra il 27 e il 28 ottobre le squadre avrebbero dovuto occupare gli edifici pubblici dei principali centri e poi dirigersi su Roma. Furono così occupate prefetture, uffici di comunicazione (postali, telegrafici e telefonici) e stazioni ferroviarie, a partire dai centri in cui era già nota una disponibilità a collaborare da parte delle autorità. Ci furono insurrezioni a Pisa e a Siena; a Cremona ci furono scontri armati e morti, perché i fascisti non si aspettavano l’opposizione dei militari; a Foggia i fascisti, di ritorno da Napoli, occuparono vari uffici pubblici. Ulteriori occupazioni si ebbero in altre città (Alessandria, Bologna, Brescia, Ferrara, Firenze, Gorizia, Novara, Pavia, Piacenza, Porto Maurizio, Rovigo, Treviso, Trieste, Udine, Venezia e Verona).

    Fascisti iniziarono a giungere anche a Perugia, scelta come sede di coordinamento, forse per l’amicizia tra Michele Bianchi e il prefetto; sul posto erano presenti Balbo e De Bono.

    A Roma dal pomeriggio il comando era stato assunto dal generale Emanuele Pugliese, comandante di divisione; egli aveva predisposto il piano di difesa della capitale con blocco degli snodi ferroviari di Civitavecchia, Orte, Avezzano e Segni e disposizione di blocchi attorno alla città da parte dell’esercito.

    In serata Facta presentò al re (appena tornato a Roma) le dimissioni del proprio governo, dato che il giorno prima Vincenzo Riccio si era dimesso da ministro. Nella notte, a causa delle notizie sull’insurrezione fascista, si tenne una riunione presso il ministero della Guerra, con Facta, i ministri Taddei e Soleri, il generale Pugliese e il colonnello Carletti. Pugliese respinse le accuse contro l’esercito, denunciando la mancanza di ordini precisi su come rispondere; fu stabilito di convocare subito un Consiglio dei ministri, che decretò lo stato d’assedio in tutta Italia dalle ore 12 successive, l’interruzione delle linee ferroviarie, la sospensione del servizio telefonico pubblico e la censura telegrafica. Il mattino successivo ne fu data comunicazione ai prefetti con telegramma delle ore 7:30.

    28 ottobre

    Perugia. Fascisti attorno all’Hotel Brufani

    Nel corso del 28 ottobre iniziò il previsto raduno dei fascisti a Foligno, Monterotondo, Santa Marinella e Tivoli; in totale erano presenti circa 16 000 uomini; il concentramento durò fino al 29.

    Alle ore 9 il decreto per lo stato d’assedio fu presentato al re, che rifiutò di firmarlo. Attorno a mezzogiorno il governo inviò un nuovo telegramma ai prefetti, che annullava il precedente: in mancanza del decreto non dovevano essere applicati i relativi provvedimenti. Ciò diede il via libera all’insurrezione dei fascisti che non incontrarono più alcuna opposizione.

    Nel pomeriggio il re diede l’incarico ad Antonio Salandra per la formazione di un governo, ma il tentativo fu vanificato dall’opposizione fascista a entrare in tale governo.

    I giornali non legati ai fascisti o ai combattenti furono diffidati dall’uscire il giorno 29 e le tipografie di molti giornali (soprattutto di sinistra o dei popolari) furono incendiate. I giornali fascisti enfatizzarono la decisione del re di non firmare il decreto per lo stato d’assedio.

    29 ottobre

    Mussolini non aveva partecipato alla marcia, ma era rimasto a Milano, dove si trovava la sede del giornale il Popolo d’Italia; la sera del 27 si recò come spettatore al teatro Manzoni, ostentando sicurezza sulla riuscita della marcia. Secondo un’altra fonte, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre si era portato a Cavallasca, nella villa di Margherita Sarfatti, per poter fuggire in Svizzera in caso di fallimento dell’azione armata.

    Visto lo stallo della situazione politica, però, il giorno 29 fu contattato da Roma per raggiungere la capitale e poter ricevere l’incarico dal re per formare il governo; partì in treno la sera stessa.

    30 ottobre

    Roma. Sbarramenti con cavalli di Frisia a Porta Maggiore

    La mattina del 30 le squadre dei fascisti avevano raggiunto le vicinanze della capitale, dove erano ancora presenti i blocchi ordinati dal governo. Mussolini giunse a Roma in mattinata e incontrò il re per l’incarico di formare il nuovo governo e l’elenco dei ministri fu presentato al sovrano la sera stessa; il re acconsentì anche a una sfilata delle squadre fasciste al monumento per il Milite ignoto e di fronte al Quirinale; le strade furono liberate dai blocchi attorno alle ore 13. Le colonne di fascisti si misero perciò in moto per entrare in Roma, ancora armate (soprattutto con armi cedute da membri dell’esercito o sottratte).

    Non si fermarono però le violenze fasciste. La sede socialista in Via Seminario fu invasa e in serata fu devastata l’abitazione dell’onorevole Giuseppe Mingrino. Verso le 17:30 mentre la colonna di fascisti abruzzesi capeggiata da Bottai entrava in città passando incolume da San Lorenzo grazie ad un accordo siglato con l’esercito e gli antifascisti, gruppi di squadristi toscani assaltarono il quartiere operaio per compiere una rappresaglia contro la popolazione, che nei mesi precedenti si era distinta per la resistenza contro le violenze fasciste. Gli squadristi, fiancheggiati dai militari che avrebbero dovuto garantire l’ordine pubblico, iniziarono così a sparare contro sedi politiche, sindacali, osterie e case di antifascisti. A fine giornata si conteranno 8 morti e 13 feriti. I fascisti feriti furono quattro. La sera seguente uno squadrista sparerà contro un gruppo di antifascisti uccidendone uno e ferendone tre.

    31 ottobre

    Giuseppe Lemmi, aggredito e dileggiato per le strade dai fascisti

    Il 31 ottobre sul quotidiano Il Popolo d’Italia fu pubblicato l’ordine di smobilitazione. Ci furono però nuove violenze, con bastonature e somministrazioni di olio di ricino e con attacchi contro le abitazioni di Nicola Bombacci, di Francesco Saverio Nitti e di Elia Musatti. Presso la stazione Termini è assassinato l’invalido di guerra Attilio Battaglini. Vicino al Viminale Giovan Battista Capra, un cameriere pavese, è riconosciuto da gruppo di fascisti della sua città e ucciso. L’ex capo degli Arditi del Popolo Argo Secondari è aggredito e ridotto in fin di vita da una squadraccia. La sera stessa uno squadrista inoltratosi a San Lorenzo sparerà contro un gruppo di antifascisti uccidendone uno e ferendone tre. Fatti simili furono registrati anche nei giorni successivi, come nel caso dell’aggressione al comunista Giuseppe Lemmi il 1º novembre.

    «Nella stessa mattinata, alcuni fascisti imbattutisi nel Lemmi, segretario dell’on. Bombacci, e condottolo nella sede di via degli Avignonesi, gli fecero ingoiare mezzo chilo d’olio di ricino; rasigli quindi barba e capelli, e dipintogli con vernice il tricolore in testa, lo caricarono su un camion conducendolo per via Tritone e il Corso facendogli portare un cartello con la scritta «Viva il fascio», parole che il disgraziato ogni tanto doveva gridare.»

    Nel pomeriggio del 31 ottobre si svolse la sfilata dei fascisti all’Altare della Patria e al Quirinale: un esercito di privati cittadini, con armi detenute illegalmente, sfilò davanti al re, capo dello Stato, e al Presidente del Consiglio dei ministri appena nominato, in spregio alle autorità che essi rappresentavano. Tra dicembre 1922 e gennaio 1923 la milizia fascista fu istituzionalizzata tramite la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, forza armata posta sotto il diretto controllo del capo del governo; ciò era in violazione dello Statuto Albertino che stabiliva che tutte le forze dovessero essere sotto il comando del re.

    Giudizi

    Filippo Turati

    Nella discussione alla Camera dei deputati del 17 novembre (seguita al discorso del bivacco del giorno precedente), Filippo Turati contestò la pretesa azione rivoluzionaria della marcia su Roma, ma l’indicò come punto di inizio del nuovo regime.

    «Con quel metodo rivoluzionario, che oggi si dice «fascistico», – e sebbene esso non dica nulla, adottiamo pure, per intenderci,

    questo aggettivo – la Camera non è chiamata a discutere e a deliberare la fiducia; è chiamata a darla; e, se non la dà, il Governo se la prende. È insomma la marcia su Roma, che per voi è cagione di onore, la quale prosegue, in redingote inappuntabile, dentro il Parlamento […]

    No, voi non inaugurate il vostro dominio, quello che voi chiamate non un Ministero ma un Governo, anzi un nuovo regime, con un atto di sincerità: voi lo inaugurate con un compromesso; il quale vi è più comodo, ne convengo, ma che non ha nulla di nuovo e nulla di innovatore. […]

    Voi eravate una trentina in questa Camera […] E voi pretendete diventare d’un tratto trecento, imprimendo il fascio littorio nei cervelli dei vostri compiacenti colleghi, come lo avete impresso nel timbro dello Stato; imponendo a tutti il saluto con la mano protesa. Tutto ciò, convenitene, è troppo acrobatico, è troppo abracadabrante perché possa aggiungere serietà, non dirò alla Camera – ciò non vi interessa – ma a voi stessi.»

    (dall’intervento di Filippo Turati alla Camera dei deputati)

    Durante il ventennio, la marcia su Roma fu presentata dal regime e da Benito Mussolini come la “rivoluzione fascista” e ogni anno veniva numerato a partire da quell’evento (“anno I della rivoluzione fascista” etc). Invece, durante la Repubblica Sociale Italiana, Mussolini sostenne che la marcia su Roma non costituì una rivoluzione, perché era stato mantenuto il re come capo dello stato, richiamando in parte le parole di Turati.

    «Che cosa fu la marcia su Roma? Una semplice crisi di Governo, un normale cambiamento di ministeri? No. Fu qualche cosa di più. Fu una insurrezione? Sì. Durata, con varie alternative, circa due anni. Sboccò questa insurrezione in una rivoluzione? No. Premesso che una rivoluzione si ha quando si cambia con la forza non il solo sistema di governo, ma la forma istituzionale dello Stato, bisogna riconoscere che da questo punto di vista il fascismo non fece nell’ottobre del 1922 una rivoluzione. C’era una monarchia prima, e una monarchia rimase dopo. Mussolini una volta disse che quando nel pomeriggio del 31 ottobre le camicie nere marciarono per le vie di Roma, fra il giubilo acclamante del popolo, vi fu un piccolo errore nel determinare l’itinerario: invece di passare davanti al palazzo del Quirinale, sarebbe stato meglio penetrarvi dentro. […]

    Il fascismo – generoso e romantico come fu nell’ottobre del 1922 – ha scontato l’errore di non essere stato totalitario sino alla vetta della piramide e di aver creduto di risolvere il problema con un sistema che nelle sue applicazioni storiche remote e vicine ha palesato la sua natura di difficile e temporaneo compromesso. La rivoluzione fascista si fermò davanti a un trono. Parve allora inevitabile.»

    (Mussolini)

    Secondo Curzio Malaparte, invece, “Mussolini, che giudicava la situazione da marxista, non credeva alle probabilità di successo di un’insurrezione, che avesse dovuto combattere al tempo stesso contro le forze del governo e le forze del proletariato (…) È da marxista che egli valutava le forze del proletariato e il loro compito nella situazione rivoluzionaria del 1920, è da marxista che egli giungeva alla conclusione che bisognava anzitutto spezzare le organizzazioni sindacali dei lavoratori”: pertanto fu una sua precisa scelta quella di non alterare i rapporti di produzione, che in epoca moderna sono l’oggetto preminente di un movimento rivoluzionario.(fonte)

    [3] Sottotenente Cabella Giuseppe MAVM 2 MBVM CGVM MAVM Cabella Giuseppe fu Gerolamo e fu Cabella Paola, da Novi Ligure (Imperia?), sottotenente 1° reggimento misto “Frecce Azzurre”: «Comandante di plotone mitraglieri assegnato ad una compagnia fucilieri assolveva con serenità, perizia e lodevole sentimento del dovere, tutti i compiti assegnatigli. Durante l’attacco ad una importante posizione nemica, assumeva d’iniziativa il comando di un plotone rimasto temporaneamente privo del comandante, e lo conduceva all’assalto di una munita trincea nemica, che occupava dopo aver fugato i difensori. Mirablanca, 27 marzo 1938-XVI».51 MBVM Cabella Giuseppe fu Gerolamo e fu Cabella Paola, da Novi Ligure (AL), sottotenente 1° reggimento “Frecce Azzurre”: «Comandante di plotone mitraglieri, durante l’attacco di forti posizioni nemiche, guidava con slancio ed iniziativa i suoi uomini alla conquista di una posizione dalla quale con la sua azione di fuoco favoriva l’avanzata di un altro reparto del suo battaglione. – Spagna Alto del Nino (Barracas) 21 luglio 1938-XVI».52 Cabella Giuseppe fu Gerolamo e fu Cabella Paola, da Novi Ligure (AL), centurione 219^ legione CC. NN.: «In due giornate di combattimento, era costante esempio ai dipendenti di coraggio e virtù militari prodigandosi con superbo sprezzo del pericolo per il conseguimento del successo e riuscendo, alla testa di alcune pattuglie esploratori a conquistare importante posizione. – Buq-Buq-Sidi el Barrani, 15-16 settembre 1940-XVIII».53 CGVM Cabella Giuseppe fu Gerolamo e fu Cabella Paola, da Novi Ligure (AL), sottotenente battaglione Sierra Avila “Frecce Azzurre”: «Ufficiale prodigatosi, in due anni di guerra e sempre con reparti in linea, in tutte le operazioni. Per attaccamento al proprio reparto rifiutava due volte il trasferimento in un altro di retrovia. Saputo del ferimento di un proprio ufficiale, per il quale era reso difficoltoso il trasporto stante l’intenso tiro di armi automatiche avversarie, di propria iniziativa si recava coraggiosamente sul posto e provvedeva al ritiro del ferito, sottraendolo a sicura morte. Bell’esempio di altruismo e sprezzo del pericolo. – Fores, 15 gennaio 1939-XVII».(fonte)

    [4] Corpo Truppe Volontarie (C.T.V.), in precedenza Missione Militare Italiana in Spagna (M.M.I.S.), fu la denominazione assegnata ad un corpo di spedizione italiano, durante il regime fascista, composto in gran parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, inviato in Spagna a supporto di Francisco Franco e delle forze spagnole nazionaliste durante la guerra civile spagnola.

    Storia

    La situazione in Spagna

    Nel luglio del 1936, al principio della guerra civile spagnola, la maggior parte delle migliori truppe nazionaliste erano isolate nel Marocco spagnolo o nelle isole Canarie. Nel frattempo, nella Spagna continentale, formazioni più piccole composte da nazionalisti e dalla Guardia Civil ingaggiarono combattimenti con le milizie repubblicane, la Guardia de Asalto e quelle unità militari che rimasero fedeli al governo del Fronte Popolare.

    Se le forze nazionaliste in Spagna non avessero ricevuto rinforzi, la ribellione sarebbe potuta presto fallire. Il generale Francisco Franco e gli altri esponenti nazionalisti inviarono emissari a Berlino e a Roma per richiedere aiuto: sia Adolf Hitler che Benito Mussolini risposero in senso positivo.

    L’intervento italiano

    Italia e Germania inviarono aerei da trasporto ed equipaggi (quelli italiani comandati da Ettore Muti) in Marocco, per trasportare le forze nazionaliste dal Marocco spagnolo alla Spagna europea. I regulares marocchini e il Tercio permisero alle forze nazionaliste di assumere l’iniziativa nella penisola Iberica. Dodici bombardieri trimotori Savoia-Marchetti S.M.81, con relativi equipaggi e specialisti, prima unità della futura Aviazione Legionaria, partirono dall’aeroporto di Cagliari-Elmas già all’alba del 30 luglio 1936.

    Furono inviati anche alcuni sommergibili nel novembre 1936, che compirono diverse missioni, fino al settembre 1937. Tra questi il Naiade, il Torricelli (che danneggiò gravemente l’incrociatore repubblicano Miguel de Cervantes), il Topazio, l’Antonio Sciesa, il Balilla e l’Archimede. Le proteste delle altre potenze indussero tuttavia a interrompere una vera e propria guerra navale non dichiarata. Il Torricelli e l’Archimede furono allora ceduti alla Marina spagnola, e ridenominati General Sanjurjo e General Mola.

    La missione militare e l’invio del Corpo

    Nel settembre 1936, subito dopo la richiesta di aiuto di Francisco Franco, Benito Mussolini, inviò l’allora capo del S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), il generale di brigata Mario Roatta (alias Comm. Colli, alias generale Mancini) in Spagna, col compito di creare la “M.M.I.S.” (“Missione Militare Italiana in Spagna”), con sede a Siviglia. La “M.M.I.S.” divenne operativa il 15 dicembre 1936 con il compito di inviare materiali, armi e istruttori, nonché di creare due brigate miste italo-spagnole.

    Il 17 febbraio 1937 la “M.M.I.S.” cambiò definizione in “C.T.V.” (“Comando Truppe Volontarie”) mentre la massa operativa costituì il “C.T.V.” (“Corpo Truppe Volontarie”). Si trattava di circa 20.000 militi della MVSN, inquadrati su tre divisioni (“Dio lo vuole!”, “Fiamme Nere” e “Penne Nere”, che nel 1937 saranno ridotte a due divisioni e successivamente ad una), a cui se ne affiancherà un’altra che inquadrava personale volontario del Regio Esercito, la 4ª Divisione fanteria “Littorio” comandata dal generale Annibale Bergonzoli. Nell’ottobre 1938, dopo 18 mesi di ferma volontaria, le camicie nere furono rimpatriate e sostituite da tre divisioni miste italo-spagnole: “Frecce Nere”, “Frecce Azzurre” e “Frecce verdi”.

    Cronologia delle operazioni

    1936

    24 ottobre: l’Aviazione Legionaria attacca le forze repubblicane della Catalogna, sotto il comando del capitano Alberto Bayo, che il 3 settembre aveva effettuato un atterraggio a Maiorca. Nello stesso giorno, aerei da bombardamento e da caccia lanciano il loro primo attacco su Madrid, allo scopo di dimostrare alle forze repubblicane la potenza degli alleati di Franco. Nei giorni seguenti comincia una serie di incursioni e di bombardamenti sulla capitale spagnola.

    2 novembre: le forze aeree italo-tedesche sono attaccate da velivoli sovietici, soprannominati “Chatos” dagli spagnoli. Gli attacchi causano alcune perdite per l’Aviazione Legionaria.

    21 novembre: il sommergibile della Regia Marina Evangelista Torricelli, avvistato l’incrociatore Miguel de Cervantes alla fonda nei pressi di Cartagena, gli lancia due siluri; una delle armi colpisce il bersaglio a dritta, aprendo uno squarcio di metri 21 per 14 a poppa. La nave sarà costretta in bacino fino al 1938.

    12 dicembre: dopo il fallimento dell’offensiva di Franco su Madrid, Mussolini decide di inviare forze armate addestrate in Spagna. Mussolini prende questa decisione dopo aver consultato il ministro degli Affari Esteri, Galeazzo Ciano e il generale Roatta. Roatta è nominato comandante in capo della forza di spedizione italiana. Vicecomandante è il generale Luigi Frusci.

    23 dicembre: la prima formazione di 3.000 soldati atterra a Cadice, con il nome di Missione Militare Italiana.

    1937

    Gennaio: entro il mese, circa 44.000 uomini, tra soldati del Regio Esercito e della MVSN sono in Spagna. Alla fine di gennaio la Forza di spedizione viene rinominata in “Corpo Truppe Volontarie”, o C.T.V..

    Il Corpo è organizzato su quattro grandi unità di livello divisionale, di cui tre della Milizia:

    1ª Divisione CC.NN. “Dio lo Vuole”

    2ª Divisione CC.NN. “Fiamme Nere”

    3ª Divisione CC.NN. “Penne Nere”

    4ª Divisione fanteria “Littorio” – formata da volontari del Regio Esercito

    Raggruppamento CC.NN. “XXIII Marzo”

    Le divisioni CC.NN. erano formate da volontari della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale ed erano semi-motorizzate. Il Corpo impiegava anche un Raggruppamento carristi (carri armati e blindati), un corpo di artiglieria su dieci gruppi di artiglieria campale e quattro batterie di artiglieria antiaerea.

    dal 3 febbraio all’8 febbraio: la 1ª Divisione CC.NN. “Dio lo Vuole”, in appoggio alle forze nazionaliste, lancia un’offensiva su Málaga. L’8 febbraio, gli italiani e i nazionalisti conquistano la città. La battaglia di Malaga è una vittoria fondamentale per i nazionalisti. Circa 74 soldati italiani sono uccisi, 221 feriti e due risultano dispersi.

    Marzo: il Corpo Truppe Volontarie per la fine del mese ammonta ad oltre 50.000 soldati.

    Dall’8 marzo al 23 marzo: Mussolini accetta il piano di Franco per cui le forze fasciste italiane avrebbero dovuto partecipare ad una quarta offensiva contro Madrid. L’offensiva italiana si tiene nel settore di Guadalajara. La battaglia coi difensori repubblicani si conclude con uno scacco, dovuto soprattutto allo scarso coordinamento con gli spagnoli, che mancarono di realizzare gli attacchi negli altri settori, consentendo ai repubblicani di concentrare tutte le loro forze contro il CTV. Le forze corazzate italiane, consistenti soprattutto in carri leggeri CV35, risultarono non essere all’altezza dei carri armati forniti ai repubblicani dall’Unione Sovietica. Le tre Divisioni CC.NN. vengono sciolte e riorganizzate in due divisioni e in un gruppo armi speciali (corazzati e artiglieria).

    Dopo la battaglia di Guadalajara, i comandanti delle forze italiane non organizzano attacchi esclusivamente riguardanti il Corpo, ma agiscono alle dipendenze dell’alto comando nazionalista. Similmente il comandante della Legione Condor, il generale Hugo Sperrle, comanda l’Aviazione Legionaria Italiana. In realtà, le forze italiane continuano a mantenere una loro autonomia e i bombardamenti italiani, come quelli su Barcellona nel 1938, sono ordinati da Mussolini senza consultare Franco.

    Da aprile ad agosto: dopo che le divisioni CC.NN. sono state ridotte, gli italiani cominciano ad operare in unità miste italo-spagnole (le Flechas, “Frecce”) dove gli italiani forniscono gli ufficiali e il personale tecnico, mentre gli spagnoli servono nella truppa. Le prime unità sono la Brigata Mista “Frecce Azzurre” (Brigada Mixta “Flechas Azules”) e la Brigata Mista “Frecce Nere” (“Flechas Negras”), che combattono rispettivamente nell’Estremadura e in Viscaya dall’aprile all’agosto 1937. In Viscaya operano anche il Gruppo XXIII Marzo e undici gruppi d’artiglieria, partecipando alla presa della roccaforte repubblicana di Guernica.

    Agosto e settembre: il sostituto di Roatta, generale Ettore Bastico, comanda le forze del C.T.V., compresa la Divisione XXIII Marzo, formata sulla base del Gruppo CCNN XXIII Marzo comandato da Enrico Francisci. Il Corpo, durante la battaglia di Santander, spezza le linee repubblicane presso Soncillo e, grazie ai feroci combattimenti sostenuti dalla 4ª Divisione fanteria “Littorio” del generale Annibale Bergonzoli, conquista una postazione chiave (il Puerto del Escudo), penetrando profondamente nelle retrovie repubblicane e ottenendo così una vittoria di decisiva importanza per lo schieramento nazionalista. Dopo l’offensiva di Santander il C.T.V. è trasferito sul fronte aragonese.

    Alcuni reparti del C.T.V. potrebbero essere stati coinvolti nella battaglia di El Mazuco, ma i dettagli sono tuttora oggetto di discussione.

    Ottobre: Dopo le campagne al nord, la 1ª e la 2ª Divisione CC.NN. furono rinforzate dalla Divisione XXIII Marzo e rinominate: Divisione XXIII Marzo “Fiamme Nere”.

    1938

    Marzo: La Brigata “Frecce Nere” fu ampliata nella Divisione “Frecce Nere” combattendo nella vittoriosa offensiva in Aragona e nella Corsa al Mare con il Corpo sotto il comando del Generale Mario Berti. Le perdite italiane furono 3.225 tra morti e feriti.

    Ottobre: furono ritirati 10.000 militari italiani con oltre 18 mesi di servizio.

    Novembre: La Divisione “Frecce” fu rinforzata e rinominata “Frecce Nere” e la Brigata Frecce Azzurre fu ampliata in un’altra Divisione “Frecce” che prese parte all’offensiva di Catalogna, l’ultimo attacco della guerra, a fianco del resto del C.T.V., sotto il comando di Gastone Gambara:

    Divisione “Frecce Nere”

    Divisione “Frecce Azzurre”

    Divisione “Frecce Verdi”

    Complessivamente vi erano nel CTV 2.077 ufficiali e 25.935 sottufficiali, legionari e soldati.
    Dicembre: il CTV partecipa all’offensiva in Catalogna.

    1939

    Gennaio: il CTV conquista Badalona il giorno 27.
    Marzo: il giorno 30 il CTV conquista il porto di Alicante.
    Aprile: in seguito alla vittoria di Franco e dei nazionalisti sui Repubblicani, i volontari italiani furono ritirati dal territorio spagnolo.(fonte)