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Prigionieri austriaci, 1915

    Turriaco, prigionieri austriaci
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    retro:

    Prigionieri nel cortile di Turriaco
    Dicembre 1915


    AUTORE
    DATA 1915
    SOGGETTO prigionieri austriaci radunati presso un cortile a Turriaco
    B/N COLORE seppia
    DIMENSIONI 15×10,5 cm
    MATERIA E TECNICA solfuro d’argento / Carta

    © Archivio Sacchini


    Note

    [1] Gli eventi della prima guerra mondiale coinvolgono Turriaco. La popolazione, divisa tra filo-austriaci e filo-italiani, subisce deportazioni da entrambe le parti. Il 5 giugno 1915 entrano in paese le truppe italiane. Lungo tutta la zona corre la prima linea del fronte di guerra (sono ancora visibili resti di trincea). Villa Mangilli (ancora esistente) è il quartier generale di Cadorna ed ospita anche il re Vittorio Emanuele III, mentre la Villa Priuli funge da ospedale militare. Tra ritirate e bombardamenti Turriaco segue le vicende di guerra, integrandolo poi al Regno d’Italia il 4 novembre 1918. (fonte)

    Secondo la relazione ufficiale italiana i disertori austroungarici durante tutto il conflitto furono 5.513, un numero relativamente basso rispetto ai 168.898 soldati catturati anteriormente alla battaglia di Vittorio Veneto. Dopo la cattura i prigionieri venivano avviati dalle prime linee ai centri di raccolta che ogni armata istituiva nelle retrovie del fronte. Tali centri, che durante la guerra cominciarono ad essere chiamati campi di concentramento, erano inizialmente organizzati sulla tipologia degli attendamenti che l’esercito italiano apprestava durante le grandi manovre di inizio secolo. I prigionieri venivano alloggiati in tende allineate in lunghe file, recintate da reticolati sorvegliati. In breve tempo i campi furono dotati di baracche per i servizi come cucine, infermerie, bagni, comandi, reparti di sorveglianza, ecc. Una delle funzioni principali di questi campi era quella di far trascorrere ai prigionieri un periodo di quarantena, prima di inviarli nei luoghi di detenzione a carattere definitivo sparsi in tutta Italia. L’esigenza del periodo contumaciale era dovuta al pericolo della diffusione di malattie infettive, come il tifo esantematico, il colera, la tubercolosi, ecc., molto temute dalle autorità sanitarie militari: per scongiurare tali epidemie ed isolare i casi infetti, i prigionieri erano sottoposti a visite mediche, disinfezioni, esami batteriologici e vaccinazioni. Le disposizioni prescrivevano che per ogni prigioniero si dovesse compilare un documento contenente i dati personali, le vaccinazioni e i risultati delle visite mediche; tale documento avrebbe dovuto accompagnare, anche se in realtà non era sempre così, il prigioniero per tutta la detenzione. In questi campi contumaciali ai prigionieri era consegnata una cartolina speciale prestampata che non doveva essere affrancata, con la quale potevano inviare ai famigliari brevi notizie sul loro stato. Come già accennato in questi campi gli uffici informazioni interrogavano i prigionieri e reclutavano disertori disposti a collaborare con l’esercito italiano o, verso la fine della guerra, ad arruolarsi nei costituendi eserciti delle cosiddette nazioni irredente. Fino ai primi mesi del 1916, i prigionieri furono alloggiati perlopiù in vecchie fortezze sette – ottocentesche in disuso, già in possesso dell’amministrazione militare, le quali erano protette da alte mura facilmente controllabili e sicure, come ad esempio ad Alessandria, Forte Ratti e Forte Begato in Liguria, Pizzighettone in Lombardia, Fenestrelle e Pinerolo in Piemonte, ecc. Solo successivamente furono costruiti exnovo i primi veri campi di concentramento, il cui uso ebbe termine dopo la firma dei Trattati di pace del 1919 (Trattato di Saint Germain) e 1920 (Trattato di Rapallo).(fonte)