In ricordo del pellegrinag=
gio fatto dai maestri dell’Urbe
sui campi di battaglia il
23 maggio 1928.
Devma
=
Maria Gigli
Faro di Trieste[1]
Cella di Oberdan[2]
Giovani italiane di Parenzo[3]
S. Michele – Isonzo –[4]
Alunni di Parrocchietta
Balilla e Piccole italiane
di Parrocchietta.
Maestri dell’Urbe in pellegrinaggio
Capo d’Istria[5]
Note
[1] Faro della Vittoria (Trieste) è un faro di Trieste costruito tra il 15 gennaio 1923 e il 24 maggio 1927, ad opera dell’architetto italiano Arduino Berlam. Il faro è completamente controllato e gestito dal Comando di Zona Fari della Marina Militare, con sede a Venezia, che tra l’altro si occupa di tutti i fari dell’Adriatico. Il faro è visitabile.
Oltre che ad assolvere le funzioni di faro per la navigazione, illuminando il golfo di Trieste, svolge anche le funzioni di monumento commemorativo in onore dei caduti del mare durante la Prima guerra mondiale, così come testimoniato dall’iscrizione posta alla sua base:
«SPLENDI E RICORDA I CADVTI SVL MARE (MCMXV – MCMXVIII)»
Architettura
monumento è stato costruito sul Poggio di Gretta, a 60 metri sul livello del mare, sulle antiche strutture del forte austriaco Kressich del 1854. Il progetto originario del Berlam venne modificato, dopo un acceso dibattito, dall’architetto Guido Cirilli, che ne dirigeva i lavori. L’Ing. Beniamino Battigelli fu invece il progettista delle opere in cemento armato e di tutta la struttura portante del faro. Infatti, tutti i progetti tecnici portano la sua firma ed era sempre presente nel cantiere a dirigere i lavori.
Il basamento della struttura è costituito da pietre provenienti dall’Istria e dal Carso, rispettivamente pietra di Orsera e pietra di Gabrie. Quindi alta e maestosa si erge una colonna che conserva alla sua sommità la gabbia in bronzo e cristallo che custodisce la lanterna-faro. La forma finale è volutamente quella di un fascio littorio sottosopra.
Sono opera dello scultore Giovanni Mayer (Trieste, 1863-1943) la statua bronzea della Vittoria alata che corona l’apice della lampada, e la statua del marinaio che orna la parte frontale del faro. Le due statue sono alte rispettivamente 7,2 e 8,6 metri.
Alla base della costruzione si trova un’àncora che, popolarmente, viene ritenuta quella della torpediniera Audace, che è stata la prima nave della Regia Marina Italiana ad essere entrata nel porto di Trieste nel 1918, mentre in realtà si tratta dell’ancora della R.N. Berenice.
All’ingresso del faro si trovano due proiettili della corazzata austriaca Viribus Unitis.
Il monumento è stato riaperto alle visite dal 1986 e la visita è consentita solo fino alla prima terrazza della struttura che riguarda la parte monumentale. La parte sovrastante che riguarda le strutture di ausilio alla navigazione è invece interdetta al pubblico, a differenza che nel passato.(fonte)
[2] Il Museo del Risorgimento e sacrario di Oberdan è uno spazio espositivo situato a Trieste che è dedicato al Risorgimento. Le sue esposizioni coprono un arco temporale che va dai moti del 1848 alla Prima guerra mondiale, con particolare attenzione ai cimeli legati alla Venezia-Giulia. Il complesso architettonico comprende anche un sacrario dedicato a Guglielmo Oberdan, patriota ed esponente dell’irredentismo italiano giustiziato nel 1882 dalle autorità austroungariche.
Storia
Sull’area dove è situato il museo, fino al 1927, sorgeva una vecchia caserma costruita nel XVIII secolo dagli austriaci. In questa struttura militare fu imprigionato e ucciso Guglielmo Oberdan, patriota ed esponente dell’irredentismo italiano fautore di un mancato attentato all’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo.
Il complesso architettonico che ospita il museo è stato realizzato tra il 1931 e il 1935. Esso comprende il sacrario dedicato ad Oberdan e un altro edificio inaugurato nel 1934 che è stato progettato da Umberto Nordio e che è stato adibito a museo del Risorgimento. La struttura è completata da una torre quadrata, che si stacca dal complesso, su cui è collocata una bandiera italiana.
Le collezioni conservate nel museo provengono in parte dal museo di Storia Patria di Trieste, ora non più esistente, che fu inaugurato nel 1925.
Le esposizioni
Lo spazio espositivo comprende reperti legati al Risorgimento, con particolare attenzione ai cimeli che si riferiscono alla Venezia Giulia, all’Istria e a Trieste. La datazione dei reperti va dai moti del 1848 alla Prima guerra mondiale.
Tra i cimeli più antichi ci sono delle copie originali del giornale locale La Favilla, che venne distribuito nel 1848 a Trieste. Altri reperti importanti sono i cimeli legati ai garibaldini originari del territorio: divise originali, fotografie, armi e oggetti di uso quotidiano appartenenti ai volontari. È anche presente una sezione dedicata a Guglielmo Oberdan: questi reperti vennero donati al museo dalla madre del patriota.
Completano le esposizioni i cimeli legati ai volontari triestini, giuliani e istriani che disertarono l’esercito austro-ungarico per combattere con il Regio Esercito italiano durante la Prima guerra mondiale. Nel museo sono anche conservati alcuni documenti originali che si riferiscono all’annessione di Trieste e della Venezia Giulia all’Italia.
Il sacrario di Oberdan
Il Sacrario di Oberdan comprende la cella originale dove fu rinchiuso il patriota giuliano; essa è l’unica parte della vecchia caserma austriaca ad essere giunta sino a noi. Completano il sacrario una scultura che rappresenta Guglielmo Oberdan, opera dello scultore triestino Attilio Selva, che è situata tra due figure alate, metafore di Patria e di Libertà.(fonte)
[3] Parenzo (in croato Poreč; in veneto Parenso; in tedesco Parenz) è una città croata di 16.607 abitanti (2021) situata sulla costa occidentale della penisola istriana. È uno dei maggiori centri turistici della regione.
Di antiche origini romane, si è sviluppata attorno al porto, protetto dall’isolotto di San Nicola (oggi in croato Sveti Nikola). L’area conta circa 37 km di coste, comprese tra il fiume Quieto (Mirna) a nord, sotto Cittanova (Novigrad), e Fontane (Funtana) a sud, nei pressi di Orsera (Vrsar). Parenzo è sede vescovile della diocesi di Parenzo e Pola, suffraganea dell’arcidiocesi di Fiume.
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Storia
Il luogo è abitato fin dalla preistoria. Nel II secolo a.C. i Romani costruirono un accampamento su una piccola penisola dalle dimensioni di circa 400 per 200 metri Storia
Piazza della Libertà nel cuore di Parenzo
Il luogo è abitato fin dalla preistoria. Nel II secolo a.C. i Romani costruirono un accampamento su una piccola penisola dalle dimensioni di circa 400 per 200 metri, che corrisponde all’odierno centro cittadino. Durante il regno dell’imperatore Augusto, nel 12 a.C., divenne un municipio ed entrò a far parte della Regio X Venetia et Histria; in seguito, all’inizio del I secolo, fu elevato a colonia di cittadinanza romana col nome di Colonia Iulia Parentium.
Nel III secolo, nel luogo era presente una comunità di cristiani con un iniziale complesso edilizio destinato a scopi religiosi. La città fu eretta a diocesi e una basilica fu costruita nel V secolo da parte del santo vescovo Mauro, divenuto poi patrono della città. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476, seguì una serie di diverse forme di governo e di sovrani: inizialmente fu parte del territorio controllato dagli Ostrogoti e dopo il 539 divenne parte dell’Impero bizantino. In questo periodo il vescovo Eufrasio terminò la costruzione della grande basilica che da lui prese il nome.
A cavallo tra il VI secolo e il VII secolo si verificarono anche nel Parentino le prime devastanti incursioni di tribù slave, che invasero e razziarono il territorio e cinsero d’assedio la città senza però riuscire a sopraffarla. Successivamente si ritirarono nell’entroterra montagnoso. A questi lutti e saccheggi si aggiunsero ripetute epidemie di peste, che congiuntamente portarono a un netto spopolamento del territorio, cosicché alcuni anni dopo s’iniziò a favorire l’insediamento, questa volta pacifico, di singoli gruppi slavi nel contado. Secondo alcune fonti, un primo insediamento di Croati risale circa al 620. Dal 788 fu governata dai Franchi. Nel XII secolo ci fu un breve periodo di indipendenza, interrotto poi dal governo del patriarca di Aquileia. Nel 1267 Parenzo divenne parte del territorio controllato dalla Repubblica di Venezia, situazione che si protrasse per oltre cinque secoli.
Nel 1797 fu per breve tempo tenuta dall’arciducato d’Austria; passò quindi all’Impero Francese di Napoleone per tornare infine, dopo la sconfitta di quest’ultimo, austriaca. Nel 1861 divenne il capoluogo del margraviato d’Istria, ospitando la sede del parlamento regionale (Dieta Istriana) nonché scuole e uffici giudiziari e amministrativi. Dopo la Prima guerra mondiale fu annessa con tutta l’Istria all’Italia, di cui condivise le sorti. Il trattato di Pace di Parigi del 1947, al termine della Seconda guerra mondiale, assegnò l’Istria alla Jugoslavia. Successivamente vi fu l’esodo massiccio di gran parte della popolazione italiana da tutta l’Istria e la Dalmazia. Nel 1991, con la secessione dalla Jugoslavia della Croazia, Parenzo passò sotto la sovranità di quest’ultima.
La città ha una certa notorietà nella cultura popolare del Triveneto grazie alla canzone La mula de Parenzo. (fonte)
[4] Il monte San Michele (in sloveno Debela griža, in friulano Mont di S. Michêl) è un rilievo del Carso, situato a cavallo tra i comuni di Sagrado ed in particolare nella frazione di San Martino del Carso, e Savogna d’Isonzo nella provincia di Gorizia, non lontano né dal mare Adriatico, che si percepisce dalla sua sommità, né dal sacrario di Redipuglia.
La cresta sommitale è formata da quattro punti culminanti e da essa è visibile una buona porzione dell’Alto Adriatico, con una visione che spazia dalla città di Monfalcone, alla foce dell’Isonzo ed all’intera laguna di Grado, mentre verso sud-est nelle giornate nitide si può arrivare a percepire l’estremità nordoccidentale della penisola istriana di punta Salvore, nei pressi di Pirano.
Il San Michele durante la Prima guerra mondiale
La sua fama è legata al fatto che esso fu teatro di numerose battaglie durante la Prima guerra mondiale. Ancora oggi la zona tra Fogliano Redipuglia e Sagrado è disseminata di trincee, camminamenti, caverne e gallerie nonché di molti piccoli monumenti spontanei sorti dopo il conflitto.
Il San Michele grazie alla sua posizione dominava la bassa valle dell’Isonzo e permetteva di tenere sotto controllo la città di Gorizia. A seguito della Prima battaglia dell’Isonzo, la postazione venne pesantemente fortificata dagli austroungarici, tramite un ampio sistema di caverne e ricoveri, e munita di cannoni di grande calibro. L’esercito italiano tentò per mesi di conquistarlo, tanto che la sanguinosa Seconda battaglia dell’Isonzo è nota anche come “battaglia del San Michele”,[5] perché lo sforzo italiano fu più concentrato e intenso. Le estese fortificazioni, difese da reparti ungheresi, resistettero a diversi attacchi e il monte cadde nelle mani dell’esercito italiano solo durante la Sesta battaglia dell’Isonzo.
Caduti italiani dopo il primo attacco condotto con i gas asfissianti sul fronte italiano
Fu teatro del primo attacco condotto con i gas sul fronte italiano: il 29 giugno del 1916 l’esercito austroungarico attaccò di sorpresa l’esercito italiano utilizzando una miscela di cloro e fosgene con relativo successo. (fonte)
[5] Capodistria (in sloveno Koper [koːpəɾ], in croato Kopar) è una città della Slovenia di 53.560 abitanti. Affacciata sul mar Adriatico, è il principale porto del Paese nonché un importante centro industriale. È il capoluogo del comune cittadino omonimo (Mestna občina Koper/Comune Città di Capodistria), una delle quattro entità comunali slovene dove l’italiano è riconosciuto come lingua ufficiale.
Città di fondazione greca, fu poi romana, bizantina e per cinque secoli veneziana. L’eredità della Serenissima si rispecchia in alcuni dei più importanti monumenti che caratterizzano il centro storico rinascimentale come il palazzo Pretorio, la cattedrale dell’Assunta e di San Nazario e la Loggia. Situata ad una ventina di chilometri da Trieste, è unita all’Italia dal valico frontaliero di Scoffie. Capodistria è altresì collegata con la capitale Lubiana da un’autostrada e da una ferrovia. Centro universitario, è sede della diocesi di Capodistria, suffraganea dell’arcidiocesi di Lubiana.
Storia
Età antica
Capodistria nasce da un antico insediamento costruito su un’isola nella parte sud-orientale della baia omonima, nell’Adriatico settentrionale, separata dalla terraferma dallo specchio lagunare di Valstagnon (o Stagnon). All’epoca dell’Antica Grecia la città era conosciuta col nome di Aegida, successivamente divenne nota coi nomi latini di Capris, Caprea, Capre o Caprista, dai quali deriva il moderno nome sloveno (Koper).
Età medievale
Divenne bizantina attorno alla metà del VI secolo. Nel 568, i cittadini romani della vicina Tergeste (l’odierna Trieste) fuggirono a Capodistria a causa di un’invasione dei Longobardi. In onore dell’imperatore romano d’Oriente Giustiniano II, Capodistria venne ribattezzata Giustinopoli. Tale nome restò in uso (accanto a quello romano di Capris) almeno fino alla seconda metà del X secolo. Nel 788 o 789 la città passò sotto il dominio dei Franchi.
I commerci tra Capodistria e Venezia sono documentati fin dal 932. Nella guerra tra la Repubblica di Venezia e il Sacro Romano Impero, Capodistria fu al fianco di quest’ultimo, e per questo venne ricompensata con lo status di città, garantitogli nel 1035 dall’imperatore Corrado II. A partire dal 1232, Capodistria appartenne ai Patriarchi di Aquileia, e nel 1278 si unì alla Repubblica di Venezia.
Età moderna
Capodistria si sviluppò sia sotto il profilo demografico che economico e assunse una posizione di sempre maggior rilievo nell’Istria veneziana. Data la sua posizione venne rinominata Caput Histriae, cui si affiancò successivamente quello di Capo d’Istria (dal quale deriva il nome autoctono italiano).
Agli inizi del Cinquecento la città aveva oltre 10.000 abitanti, ma la peste del 1553 li ridusse a circa 4.000. Nel Seicento la popolazione aveva raggiunto di nuovo i cinquemila abitanti (ridottisi drasticamente nel 1630 ad appena 1.800 a seguito dell’epidemia di peste diffusasi in tutta l’Italia settentrionale). Cioè in due secoli la popolazione crollò di quasi il 90% e la conseguenza fu la perdita di importanza di Capodistria rispetto a Trieste ed altre città istriane.
Età contemporanea
Venezia controllò Capodistria fino al suo tracollo nel 1797. Passò in seguito al Trattato di Campoformio all’Impero austriaco dal 1797 al 1803. Nel 1803 Capodistria fu occupata dai Francesi, e quindi posta sotto il governo di Trieste. Nel 1805, per decisione di Napoleone, la città passò sotto il Regno Italico. Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1813 e la caduta del Regno Italico ritornò sotto il dominio dell’Impero Austriaco. L’amministrazione austriaca, che seguì alla caduta di Venezia ed al periodo napoleonico, non la riconfermò come capoluogo istriano, che divenne dapprima Pisino e poi, in sede definitiva, Parenzo. Durante gli anni della riscoperta del sentimento nazionale Capodistria fu il punto di riferimento del movimento unitario dell’Istria. Qui infatti vi era concentrato il principale nucleo del Comitato istriano dove si riunivano i patrioti più ardenti e che, dopo il 1857, operava come sede della Società Nazionale. Di Capodistria furono Carlo Combi e Antonio Madonizza (tra i più importanti istriani del Risorgimento e due degli Italiani più attivi per la lotta contro lo Stato asburgico) ma soprattutto uno dei precursori del movimento risorgimentale italiano impersonificato nella figura di Gian Rinaldo Carli che già nel 1765 pubblicava articoli prospettanti una non lontana indipendenza dell’Italia.
Il mancato e tanto sperato arrivo delle truppe italiane nel 1866 fece conseguentemente sviluppare un forte sentimento irredentista rappresentato, fra gli altri, da Tino Gavardo, Pio Riego Gambini, ma soprattutto Nazario Sauro che, dopo esser fuggito nel 1915 a Venezia per arruolarsi nella Regia Marina, fu catturato dalle autorità austriache durante un’incursione italiana e giustiziato sul patibolo a Pola il 10 agosto 1916.
Ad un patriota capodistriano, il generale Vittorio Italico Zupelli, già distintosi nella Guerra italo-turca (1911-1912), fu affidato il ministero della guerra italiano durante il primo conflitto mondiale (1915-1918). Capodistria fu un centro dell’irredentismo italiano nell’Istria asburgica. Nel novembre 1918 finita la guerra, nella quale i volontari italiani di Capodistria furono in numero inferiore soltanto a quelli di Trieste e Pola, le truppe italiane furono accolte festosamente dalla popolazione.
Nel 1919 Capodistria passò, come tutta la Venezia Giulia, al Regno d’Italia, e successivamente venne inserita nel circondario di Capodistria della provincia dell’Istria. Nel 1923 furono aggregate al comune di Capodistria parti delle frazioni di Scoffie e Valle Oltra, già appartenenti al comune di Muggia.
Con la fine della seconda guerra mondiale e il trattato di pace del 1947 Capodistria fu compresa nella zona B del “Territorio Libero di Trieste” (TLT), amministrata dalla Jugoslavia. Metà della popolazione italiana autoctona prese la via dell’esodo già tra il 1947 e il 1954, prima ancora che si firmasse il Memorandum di Londra del 1954 ma quando già era chiaro che la città non sarebbe più ritornata alla sovranità italiana. La parte restante della popolazione italiana esodò infine negli anni successivi al 1954, sostituita dall’afflusso in città di popolazioni dalla Slovenia e dal resto della Jugoslavia. Solo una piccola parte degli italofoni rimase nella Capodistria jugoslava, fondando la locale Comunità degli italiani in cui si riorganizzarono.
A seguito del Trattato di pace del 1947, il territorio che faceva parte della Zona B ebbe un Amministratore apostolico, scelto fra il clero sloveno residente in Jugoslavia. Soltanto nel 1964 l’Amministrazione apostolica fu affidata a un vescovo, nella persona di Mons. Janez Jenko. Egli era anche amministratore apostolico della parte dell’Arcidiocesi di Gorizia in territorio sloveno e della diocesi di Fiume non assegnata alla Croazia.
Nel 1975 fu stipulato il Trattato di Osimo, che sanciva con accordo bilaterale tra l’Italia e la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, la fine della zona A e della zona B, con Capodistria che restava jugoslava. Nel 1977 intanto la Santa Sede separò anche giuridicamente le due diocesi di Trieste e Capodistria. Si trattava in realtà di due diocesi nuove, con nuovi confini. Alla nuova diocesi di Capodistria fu assegnato il territorio sloveno della ex-zona B, la parte della diocesi di Fiume in Slovenia e il territorio sloveno dell’Arcidiocesi di Gorizia. Il nuovo vescovo di Capodistria fu mons. Janez Jenko, già amministratore apostolico. Il territorio della diocesi di Capodistria veniva così a coincidere con i nuovi confini politici definitivamente sanciti con il Trattato di Osimo. Nel 1970 iniziò a trasmettere TeleCapodistria, dopo che già nel 1949 era sorta RadioCapodistria, organo della minoranza italiana, il cui segnale è ricevibile in Italia, Slovenia e Croazia.
L’indipendenza slovena è del 1991. Nel 2003 vi è stata fondata l’Università del Litorale che rappresenta, assieme al prestigioso Centro di Ricerche Scientifiche di Capodistria, il terzo polo universitario della Slovenia. Nel 2011 un referendum ha sancito l’autonomia comunale dell’insediamento di Ancarano.(fonte)